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l'inchiesta

La truffa da 300 mila euro della camorra ai narcos sudamericani: blitz e arresti (anche a Catania)

I boss colombiani perdono il carico di cocaina in un finto sequestro orchestrato a Napoli. L'operazione dei Carabinieri smantella l'intera rete, con ordinanze eseguite anche in Sicilia

16 Giugno 2026, 12:42

12:50

La sofisticata e implacabile catena logistica dei cartelli sudamericani della droga si è scontrata con l’astuzia, e la sfrontatezza, della camorra napoletana.

È uno dei retroscena più clamorosi emersi dalla vasta operazione condotta dai Carabinieri della Compagnia di Civitavecchia, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che ha disarticolato una poderosa rete transnazionale di narcotraffico.

Il blitz ha portato all’emissione di misure cautelari per 11 persone, colpendo duramente i terminali dell’organizzazione nelle province di Roma, L’Aquila, Reggio Calabria e Catania.

Il sodalizio criminale, capace di movimentare tonnellate di “polvere bianca” e in contatto diretto con i temibili “Los Choneros” – la fazione più sanguinaria dell’Ecuador – è finito vittima di una truffa messa in scena da clan campani.

Gli emissari della Camorra hanno simulato nel Napoletano un finto blitz delle forze dell’ordine, inscenando un sequestro per appropriarsi di 10 chilogrammi di cocaina appena consegnati dai fornitori colombiani. Un colpo da 280.000 euro alle casse del cartello.

Il “Presidente”, al vertice operativo colombiano, è stato costretto ad attivare i propri canali “diplomatico-criminali”, convocando summit in Campania nel tentativo di recuperare la merce o il denaro svanito. 

La cocaina, in codice “Biancaneve” nella versione tradizionale e “Rosalba” per la variante rosa, viaggiava via terra dalla Spagna su auto modificate con doppi fondi, oppure via mare dall’Ecuador, con carichi lanciati in oceano e recuperati grazie a coordinate GPS.

I pagamenti venivano schermati tramite l’uso sistematico di criptovalute, così da eludere i controlli antiriciclaggio, sotto la regia di un abile broker dominicano. In questo scacchiere globale, l’esecuzione delle ordinanze a Catania assume un rilievo investigativo di primo piano.

La provincia etnea costituiva infatti un terminale operativo cruciale, a riprova della notevole capacità del cartello di penetrare l’intero territorio nazionale: un asse saldo tra i broker romani, i logisti calabresi – ai quali era riferita anche una colossale raffineria nel Reggino con oltre 500 chilogrammi di sostanze da taglio – e i referenti per lo smercio nella Sicilia orientale.

Nessuna indulgenza era contemplata. Il gruppo pianificava rapimenti, affittava appartamenti-prigione e puniva i debitori a colpi di mazze da baseball e con armi da fuoco, difendendo con il sangue i propri margini di profitto, i cosiddetti “punti”, in un mercato capace di trasformare i 16.000 euro al chilo spesi alla fonte in 24.000 euro al dettaglio.