la modella
“Lasciateci festeggiare la libertà”: la scossa di Aída Yéspica dopo la cattura di Maduro e il Venezuela sospeso tra gioia e incognite
La showgirl venezuelana rompe il silenzio: “Ho sofferto la fame, mia sorella aggredita per un telefono”. Mentre il Paese entra in una fase nuova e incerta, tra milizie in strada, proteste in Italia e un fiume di esuli in cerca di futuro
“Lasciateci gioire”. È la voce di Aída Yéspica, che in queste ore ha scelto di parlare non da showgirl ma da figlia di Barquisimeto, da sorella, da madre. La sua frase – “ho sofferto la fame” – non è un’iperbole da copertina: è un frammento di vita in un Paese che per oltre 25 anni ha camminato sul filo tra autoritarismo, crisi economica e emigrazione di massa. E che il 3 gennaio 2026 è precipitato in un capitolo ancora più imprevedibile: l’operazione militare statunitense culminata nella cattura di Nicolás Maduro, con la proclamazione ad interim di Delcy Rodríguez e la comparsa dei colectivos – le milizie filogovernative – a presidiare i quartieri di Caracas.
Di colpo, il racconto personale di una donna di spettacolo si intreccia con il destino di milioni di venezuelani sparsi per il mondo. È un cortocircuito che obbliga a guardare oltre il titolo: oltre l’applauso, oltre il tifo. Perché la “libertà da festeggiare”, invocata da Yéspica, è insieme sentimento e domanda aperta: che cosa viene dopo?
“Io ho sofferto la fame”: la testimonianza di Aída Yéspica
Nell’intervista raccolta da Adnkronos Aída Yéspica usa parole affilate: “Noi venezuelani siamo felicissimi per la fine della dittatura… Maduro è stato un dittatore, un tiranno”. Racconta di fame, di un padre che si toglieva il cibo dalla bocca per lei, della sorella minacciata con una pistola in strada per un cellulare: episodi che accendono una luce cruda sulla quotidianità di anni segnati da insicurezza, povertà e collasso dei servizi. Denuncia anche l’incomprensione di chi, da lontano, difende il chavismo: un riferimento esplicito alle manifestazioni di sigle sindacali e civiche italiane – tra cui CGIL Roma e Lazio – che in questi giorni hanno protestato a Roma contro l’attacco americano, invocando il rispetto del diritto internazionale. Per Yéspica, il punto è un altro: “Lasciateci gioire”. È lo sfogo di chi ha visto il Paese sbriciolarsi e oggi, pur tra paure e dubbi, intravede uno spiraglio.
La dimensione umana: fame, violenza, esodo
L’esperienza raccontata da Yéspica – la fame, le aggressioni, la paura – non è un fatto isolato. Nell’ultimo decennio, tra iperinflazione, crollo dei salari, carenze di cibo e medicine, la vita quotidiana in Venezuela ha spesso significato sopravvivere. Il dato che più di tutti misura la frattura è l’esodo: secondo UNHCR/IOM, tra il 2024 e il 2025 il numero di venezuelani rifugiati e migranti all’estero ha superato i 7,7 milioni e, secondo aggiornamenti operativi, si è avvicinato a circa 8,4 milioni di persone “bisognose di protezione” entro fine 2024. È una diaspora che ha ridisegnato interi quartieri a Bogotá, Lima, Santiago, Madrid, Miami e molte città italiane.
Il racconto di chi è partito, come Yéspica nel 2003 trasferendosi a Milano per lavorare nella moda e poi in TV, s’intreccia con quello di milioni di connazionali costretti a lasciare la casa non per ambizione ma per necessità. E oggi, mentre in qualche piazza si festeggia, moltissimi chiedono garanzie prima di pensare a un ritorno: sicurezza, elezioni credibili, rilancio dell’economia e diritti.