Consiglio comunale
Riccardo Pellegrino va alla corte di Cateno De Luca, e a Catania scatta la caccia ai prossimi "transfughi"
La fuoriuscita del vicepresidente vicario da Forza Italia offre un assist alla maggioranza: è il momento della sfiducia dal ruolo in aula consiliare?
È una questione di numeri. Per formare un gruppo in Consiglio comunale bisogna essere almeno in tre; se si è due non si può e si va nel gruppo misto. Per questo, l’ultima comunicazione di Riccardo Pellegrino, recentissimo transfugo di Forza Italia insieme alla collega consigliera Melania Miraglia, ha generato più di qualche sospetto. «I consiglieri confluiranno temporaneamente nel gruppo misto». Se sono due, com’è che confluiscono «temporaneamente» nel gruppo misto? Forse che ci sono altri movimenti (o meglio: movimenti di altri) in vista?
Questa mattina Pellegrino ha rotto gli ultimi indugi che rimanevano. Dopo avere consegnato le sue dimissioni da Forza Italia e avere accusato mezzo partito - con la sola eccezione del gruppo di Nicola D’Agostino - di difendere gli interessi propri anziché quelli della collettività, il vicepresidente vicario del Consiglio comunale ha aderito formalmente al movimento Sud chiama nord di Cateno De Luca, col quale la vicinanza era già stata anticipata da questo quotidiano.
Assieme a lui la collega Miraglia, il consigliere del I Municipio Carmelo Vassallo, e l’ormai ex coordinatore di Forza Italia nel I Municipio Filippo Pellegrino. Tutti alla corte del vicepresidente vicario: dove va lui, vanno loro. Ma, appunto, per ora, al Consiglio comunale gli aderenti al partito dello “scatenato” De Luca sono due.
È guardando nella geografia dell’aula consiliare che emerge il primo potenziale terzo elemento: Salvo Giuffrida, già vicepresidente del Consiglio, esponente di una Dc che piange la mancanza di punti di riferimento dopo l’ennesima batosta legata alle vicende giudiziarie di Totò Cuffaro (l’inchiesta palermitana sulla corruzione nella sanità). Quel «temporaneamente», insomma, ha scatenato una caccia al prossimo (il terzo) deluchiano della città, per il momento senza conferme.
Quale che sia l’esito della campagna acquisti del sindaco di Taormina a Catania e provincia, certo è che Riccardo Pellegrino e le sue dimissioni da Forza Italia adesso generano qualche imbarazzo. Perché Pellegrino è vicepresidente vicario, ruolo per ricoprire il quale è stato eletto da quello stesso Consiglio comunale che, però, gli è capitato spesso di attaccare. E dal quale è stato attaccato.
Quando è stato condannato in primo grado per corruzione elettorale nell’inchiesta sulla presunta compravendita di voti per le Regionali 2017 (cui Pellegrino era candidato con FI), l’aula - e il sindaco Enrico Trantino - si aspettavano da lui un passo indietro che non c’è stato. Un modo per sfidare la maggioranza. Come a dire: «Io non mi dimetto, ora sfiduciatemi». La stessa sfida, non detta, che si ripropone oggi.
Tutte le controversie legate a Pellegrino - la condanna personale, certo, ma anche un fratello in carcere per mafia e un altro ritenuto coinvolto nel traffico di droga - sono pronte a esplodere adesso che non c’è nemmeno più il parafulmine del partito, pronto ad assorbire e a moderare i termini della discussione attorno al suo esponente. Bisognerà comprendere se la mozione di sfiducia, tanto spesso agitata come uno spauracchio, troverà la sua strada a Palazzo degli Elefanti.
E se la troverà ci sarà da capire, a quel punto, se la maggioranza di centrodestra troverà la quadra senza litigare troppo. Vale a dire: nell’eventualità di una sfiducia portata avanti, chi sarà il successore di Riccardo Pellegrino? Sarà forzista o toccherà a un altro partito? Non è detto, però, che questo problema si porrà davvero.

