l'aneddoto
La prima volta che Bossi venne a Catania fatto scappare dai missini. Pogliese: «Io c'ero, vi racconto come andò»
Tre giorni prima delle elezioni del 1991, il Senatur è pronto a tenere una conferenza stampa in un hotel. Ma un gruppo del Fronte della gioventù riesce a infiltrarsi. Tra loro c'è il futuro sindaco della città. E non solo
Una saletta al primo piano dell'ex Central Palace Hotel di via Etnea. Nel 1991 Umberto Bossi sceglie Catania per la sua prima uscita ufficiale in Sicilia alla guida della Lega Nord. È giovedì 13 giugno e tre giorni dopo si svolgeranno le elezioni regionali. Le ultime prima di Tangentopoli e delle stragi di mafia. Sull'Isola fa il suo esordio la Lega del Sud, guidata dall'avvocato, allora trentenne, Ciccio Midolo. E Bossi è pronto a tenere una conferenza stampa per lanciare la lista gemellata. Ma appena il leader del Carroccio inizia a parlare, dal pubblico partono gli slogan: «Bossi, razzista, sei il primo della lista!», «Né Nord, né Sud... solo un'Italia», «Fuori Bossi dalla Sicilia».
Una trentina di missini del Fronte della gioventù è riuscita a infiltrarsi tra i giornalisti e trasforma quell'appuntamento in una bolgia. La polizia presente non riesce ad arginarli, smetteranno solo quando Bossi lascerà la saletta, annullando la conferenza stampa. Tra di loro c'è Salvo Pogliese, allora 19enne, ex sindaco di Catania, oggi senatore di Fratelli d'Italia. E Felice Giuffrè, oggi componente laico del Csm, all'epoca segretario provinciale del Fronte della gioventù. Ma non solo. Si ritrovano a sfidare il Senatùr anche Gianni Alemanno, segretario nazionale del movimento giovanile del Movimento sociale italiano, e la figlia di Altero Matteoli, futuro ministro dell'Ambiente e delle Infrastrutture. La storia, pochi anni dopo, cambierà radicalmente: Bossi, Alemanno e Matteoli si troveranno insieme nel governo Berlusconi.
«Quell'anno si votava solo in Sicilia - ricostruisce Pogliese - e Pino Rauti si giocava la conferma a segretario nazionale del Msi, per questo il partito organizzò interi pullman per portare giovani del Fronte da tutta Italia sull'Isola, in particolare con la responsabile nazionale delle donne del Msi, Adriana Poli Bortone, oggi sindaco di Lecce». Rauti fu ideologo dell'estrema destra italiana ed europea e fondatore del movimento eversivo Ordine Nuovo. La sua parentesi da segretario nazionale del Msi durò solo un biennio - tra 1990 e 1991 - sostituito da Gianfranco Fini, che qualche anno dopo fu protagonista della famosa svolta di Fiuggi con la creazione di Alleanza Nazionale.
Ma il 13 giugno del 1991 la partita è ancora aperta. E i giovani missini, che da una settimana viaggiano da una parte all'altra della Sicilia per sostenere la campagna elettorale del Movimento sociale, non si lasciano scappare l'occasione per contestare "il barbaro" Bossi, portabandiera di quella secessione che è fumo negli occhi per chi ha nella patria unita uno dei valori guida. «Il giorno prima scoprimmo della conferenza stampa organizzata nell'hotel - racconta Pogliese, allora già segretario cittadino del Fronte della gioventù - Era nostra intenzione fare qualcosa di eclatante. Mandammo in avanscoperta dei ragazzi non conosciuti dalle forze dell'ordine e preparammo alcuni striscioni».
Ma fuori dall'ex Palace Hotel quel giorno la polizia è ben presente. Così i giovani missini trovano una soluzione originale: «Decidemmo di entrare in coppia alla spicciolata - continua l'ex sindaco di Catania - un uomo e una donna. Tra l'altro le donne arrivavano da tutta Italia, io entrai con una collega di Trieste. Ci scambiarono per turisti. Riuscimmo a essere una trentina e aspettammo dentro la saletta. Quando Midolo iniziò a parlare - sorride il senatore - lodò persino la presenza di tanti giovani accorsi a salutare Bossi». La sorpresa per i neo leghisti si manifesta quando il leader del Carroccio prova a prendere la parola. «Ci siamo alzati esponendo gli striscioni e intonando gli slogan finché, dopo venti minuti, non si arrese e andò via».
Le cronache del giorno dopo raccontano di gruppi di leghisti che continuarono a fronteggiarsi con i giovani missini: «Fascisti», urlavano i primi. «Razzisti», rispondevano gli altri. «Se la Lega passa per un movimento razzista - replicò Bossi - è perché i partiti, che secondo me sono i veri fautori del separatismo, hanno interesse a lanciarci queste accuse per tenere ancora separati il Sud sottosviluppato, a cui si applicano logiche al massimo clientelari e assistenziali, e il Nord dove trovano ancora qualcuno che li vota».
Il caso finì su tutti i giornali, locali e nazionali. Il gruppo fu identificato dalla polizia e fu avviato un procedimento. Ma l'Msi pagò l'oblazione - 700mila lire per ogni indagato - e il caso si chiuse con l'ammenda. «In quel momento storico vedevamo nella Lega e in Bossi un avversario, perché per noi l'unità nazionale era sacra. Poi è cambiato tutto - conclude Pogliese - Già negli anni successivi e ancora di più con Matteo Salvini, la Lega è diventata un'altra cosa».

