l'analisi
Groenlandia, perché i sovranisti europei sono contro Trump e perché la Lega è la sola eccezione
Tra dazi minacciati, sovranità in gioco la crisi artica rivela la faglia che attraversa la destra
A Nuuk, capitale della Groenlandia, migliaia di persone marciano sotto il cartello “Greenland is not for sale”, mentre a Bruxelles gli ambasciatori dei 27 si preparano a una riunione d’emergenza e a Washington il presidente Donald Trump annuncia nuovi dazi: +10% dal 1° febbraio 2026, fino al 25% dal 1° giugno, contro gli europei che “osano difendere” l’isola. Nel frattempo, i leader della destra radicale europea — finora granitici su molte battaglie — si sfilano uno dopo l’altro dall’asse filo-Trump: il francese Jordan Bardella, la tedesca Alice Weidel, il britannico Nigel Farage criticano apertamente l’idea di “comprare” un territorio altrui e la ritorsione commerciale. In controtendenza, soltanto la Lega italiana si schiera accanto alla Casa Bianca, bollando gli alleati europei contrari come “deboli”. Il gelo tra sovranisti è servito.
Un ultimatum che cambia il quadro
Con un lungo messaggio su Truth Social, Trump ha minacciato di colpire con dazi le importazioni da otto Paesi europei — Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia — finché non sarà raggiunto un “accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia”. Le tariffe scatterebbero al 10% dal 1° febbraio 2026 e crescerebbero al 25% dal 1° giugno 2026. L’Italia non rientra nel perimetro delle misure, ma gli effetti economici e politici sarebbero comunque dirompenti per l’UE. La risposta europea è stata immediata: dal Vertice della Commissione alla Conferenza dei presidenti del Parlamento europeo, fino alle capitali colpite, il giudizio è pressoché unanime — “ricatto”, “intimidazione”, “minaccia inaccettabile” — e l’ipotesi di attivare lo strumento anti-coercizione dell’Unione è passata dal cassetto alle agende.
Il fronte sovranista si incrina: chi sta con chi
Un articolo dell’HuffPost Italia fotografa una frattura che fino a pochi mesi fa sarebbe stata impensabile: l’unità dei sovranisti europei si è incrinata proprio sulla Groenlandia. Il leader del Rassemblement National, Jordan Bardella, respinge l’idea di un’annessione e parla di “sfida a uno Stato sovrano”; la co-leader di AfD, Alice Weidel, definisce i dazi “un boomerang” per i contribuenti europei e chiede a Trump di “spiegarlo ai suoi elettori”; il fondatore di Reform UK, Nigel Farage, pur vicino storicamente a Trump, giudica “sbagliata” la minaccia che “colpirebbe le imprese britanniche”. La spagnola Vox sceglie il profilo basso, il premier ungherese Viktor Orbán tace. Sul fronte italiano, la premier Giorgia Meloni definisce i dazi “un errore” e invita a “evitare l’escalation”; il ministro della Difesa Guido Crosetto chiarisce: “Nulla da festeggiare”. Controcorrente solo la Lega di Matteo Salvini, che attacca i “bellicisti parolai” europei e applaude alla linea dura della Casa Bianca. Il risultato è una destra europea divisa su una questione che intreccia identità nazionale, ruolo della NATO e interessi economici.
Cosa c’è in gioco per l’Europa (e per l’Italia)
Sul piano commerciale: i dazi al 10-25% colpirebbero catene del valore integrate fra UE e UK. La Francia ha chiesto di attivare lo strumento anti-coercizione europeo; i gruppi parlamentari PPE, S&D e Renew hanno invocato la sospensione dei lavori sull’intesa tariffaria UE-USA raggiunta nel 2025. Un’eventuale ritorsione europea potrebbe arrivare a contromisure fino a circa 93 miliardi di euro, secondo stime circolate sulla stampa economica. Sul piano politico e militare la crisi stressa la coesione della NATO e pone un tema di principio — la sovranità — che l’UE considera non negoziabile. Il timore, espresso da più governi, è una “spirale discendente” nelle relazioni transatlantiche, con riflessi sul dossier Ucraina e su tutta l’architettura di sicurezza europea.
Per l’Italia: pur non essendo tra i Paesi nel mirino, Roma risente indirettamente dell’onda d’urto via Germania e catene del valore automotive e meccaniche. Politicamente, Meloni ha mantenuto una linea di sostegno alla Danimarca in sede NATO e di critica ai dazi, marcando la differenza dal partner di governo Lega ma negando una “crisi” nella maggioranza.
Perché la Lega resta da sola accanto a Trump
La Lega ha costruito in questi anni un rapporto preferenziale con la destra americana di Trump, sposandone linguaggi e priorità — dalla sicurezza ai dazi “difensivi” — anche a costo di divergere dai conservatori europei più istituzionali. La difesa “di principio” della linea dura, persino quando coinvolge alleati NATO, risponde a questa matrice. In un quadro dove Meloni sceglie il profilo da “garante” euro-atlantico, la Lega cerca differenziazione e visibilità, intercettando un elettorato sovranista che percepisce l’UE come un vincolo e guarda con favore a una leadership americana assertiva. L’attacco ai “deboli d’Europa” che hanno “la smania di inviare soldati” in Groenlandia va letto anche come messaggio alla base. L’Italia non è fra i bersagli diretti dell’aumento tariffario annunciato. Questo consente al partito di Salvini un margine di manovra politico nella critica agli avversari europei, minimizzando il rischio di contraccolpi immediati per imprese e consumatori italiani. Resta, tuttavia, l’incognita di effetti indiretti sulle filiere integrate con Paesi colpiti.