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“Ucrainizzazione dell’Italia”: come una protesta a Napoli è diventata propaganda russa

Dal convegno della Federico II al post dell’Ambasciata di Mosca: ricostruzione di un caso che intreccia università, partiti, memoria antifascista e guerra d’informazione

Redazione La Sicilia

26 Dicembre 2025, 17:21

“Ucrainizzazione dell’Italia”: come una protesta a Napoli è diventata propaganda russa

In un’aula del Dipartimento di Studi umanistici della Università Federico II di Napoli, a convegno terminato, alcuni studenti si alzano in silenzio, sfilano una camicia e mostrano una t‑shirt gialla e blu. Non urlano slogan, chiedono il microfono. Un paio di adulti si frappongono, parte qualche insulto, si innescano spinte, un microfono cade. Nel giro di minuti la situazione rientra, arrivano le forze dell’ordine e l’aula si svuota. Accade il 22 dicembre 2025. Tre giorni dopo, l’episodio diventa un caso diplomatico: la Ambasciata della Federazione Russa in Italia bolla quanto accaduto come “vessazioni” e addita l’“ucrainizzazione della politica italiana”, evocando “nazisti ucraini” sostenuti dal “tacito consenso” delle autorità italiane. Una narrativa ribaltata rispetto a video e testimonianze raccolte a Napoli, che parlano invece di un flash mob pacifico e di attivisti pro‑Ucraina insultati e, in alcuni casi, strattonati da organizzatori dell’iniziativa.

Che cosa è successo alla Federico II

Il convegno, dal titolo “Russofilia, russofobia, verità”, è stato promosso da una sezione locale dell’ANPI e ospitato in un’aula della Federico II. Sul palco due figure note del dibattito pubblico: l’ex deputato Alessandro Di Battista e lo storico Angelo d’Orsi. L’evento era nel mirino già da giorni, con polemiche e una petizione per chiederne lo stop. Nel corso del dibattito, gli attivisti pro‑Kyiv decidono di intervenire a margine, scegliendo un’azione simbolica: alzarsi e porre domande, indossando magliette e mostrando piccole bandiere ucraine. I video pubblicati dai media locali mostrano il tentativo di interlocuzione e le fasi di tensione che seguono. Secondo più testimonianze, alcuni organizzatori si avvicinano, si frappongono, partono spintoni e urla; i ragazzi vengono invitati ad andarsene, qualcuno viene strattonato, mentre altri presenti contestano il gesto. La polizia interviene quando l’aula è già tornata alla normalità.

Gli attivisti pro‑Ucraina – tra cui giovani di +Europa, Radicali Italiani, Ora!, Azione, Liberi Oltre e membri della comunità ucraina – rivendicano una protesta “non violenta” e affermano di aver atteso la fine degli interventi per porre domande ai relatori. Denunciano “aggressioni verbali e fisiche” da parte di alcuni organizzatori e il tentativo di impedir loro di parlare in uno spazio pubblico universitario. Uno dei protagonisti, Matteo Hallissey (presidente di +Europa e dei Radicali), riferisce di essere stato “spinto” e “circondato” mentre cercava di chiedere a d’Orsi chiarimenti su sue recenti apparizioni in Russia.

La versione degli organizzatori e di d’Orsi è opposta: parlano di “agguato politico”, di “provocatori organizzati” che avrebbero disturbato il dibattito “urlando” e tentando azioni simboliche tra il pubblico. Il professore sostiene che ai contestatori fosse stata data la parola e che la situazione sia degenerata per la loro condotta. Anche l’ANPI – pubblicando un estratto video – sostiene di “non aver tolto la parola a nessuno”. È un punto controverso: i video mostrano un confronto concitato, in cui la gestione della parola e dell’ordine in sala si fa confusa, e in cui l’elemento decisivo resta la sproporzione tra una protesta simbolica e la reazione fisica di alcuni adulti.

Che cosa ha scritto l’Ambasciata russa

Il 25 dicembre 2025, l’Ambasciata russa a Roma interviene sui social con un post che definisce l’episodio “un caso inquietante di vessazioni” subite da “personalità pubbliche italiane” e, soprattutto, come conferma di un’“ucrainizzazione della politica italiana e della vita pubblica in generale”, complice il “tacito consenso” delle istituzioni. Il messaggio ripesca un repertorio propagandistico noto: il frame dei “nazisti ucraini” e l’idea che il sostegno europeo a Kyiv importi in Occidente “crudeltà, radicalismo, repressione del dissenso”. È retorica costruita per spostare il focus dalla violenza dell’invasione russa all’idea di un contagio ucraino dei nostri sistemi politici.

La reazione degli attivisti pro‑Kyiv è immediata: chiedono l’intervento del governo italiano, definiscono “grave” il messaggio dell’Ambasciata e ribadiscono che a Napoli c’è stato un flash mob pacifico, non un’aggressione. Per Hallissey, la nota diplomatica “rovescia deliberatamente la realtà dei fatti”. Diverse formazioni giovanili – da Forza Italia Giovani a movimenti studenteschi – esprimono solidarietà ai contestatori.

Un evento locale trasformato in caso geopolitico

Che un convegno universitario finisca nel mirino della diplomazia russa non è un dettaglio. La scelta di fare dell’episodio uno strumento narrativo – “l’Italia si sta ucrainizzando” – risponde a tre obiettivi costanti della propaganda del Cremlino: delegittimare il sostegno occidentale a Kyiv presentandolo come collusione con “ estremisti”; alimentare la percezione di un’Europa intollerante e “repressiva” verso il dissenso filorusso; seminare divisione nel dibattito pubblico italiano, sfruttando polarizzazioni già esistenti tra memoria antifascista, pacifismo e sostegno militare all’Ucraina.

Da mesi, infatti, la narrativa russa insiste sull’ossimoro “nazisti ucraini” e sulla presunta esportazione in Europa di “rituali” post‑Maidan. L’episodio di Napoli si presta perfettamente al racconto: una platea che contesta i contestatori, la parola “ANPI” che evoca Resistenza e antifascismo, il perimetro accademico che può essere descritto come censura. Eppure, i video smentiscono una parte cruciale della versione russa: non risultano “vessazioni” contro i relatori, bensì tensioni in gran parte rivolte a chi chiedeva di intervenire.

I relatori. Alessandro Di Battista parla, come sempre, con toni netti contro la linea atlantista dell’Italia; Angelo d’Orsi inquadra storicamente i concetti di “russofilia” e “russofobia”. Entrambi diventano bersaglio di contestazioni al termine degli interventi. d’Orsi denuncia pubblicamente “un agguato organizzato” e ricostruisce le fasi finali sostenendo che la provocazione sia partita dai ragazzi pro‑Kyiv. Gli attivisti. Il gruppo pro‑Ucraina – formato da studenti e militanti di +Europa, Radicali, Azione, Ora!, Liberi Oltre e dalla comunità ucraina – rivendica di aver atteso la fine degli interventi e il momento delle domande, e di esser stato poi spinto e zittito. Matteo Hallissey riferisce di essere stato “aggredito e spinto”, mentre altri video mostrano un faccia a faccia ravvicinato e concitato con persone riconducibili all’organizzazione dell’evento. L’ANPI locale. La sezione napoletana che ha promosso l’incontro sostiene di non aver limitato la parola, diffonde un estratto video e parla di “disturbo organizzato”. L’assenza – al momento – di denunce formali non cancella la necessità di una verifica interna su gestione dell’ordine e diritto di parola. Le istituzioni e la politica. A oggi non risultano prese di posizione ufficiali dell’Università Federico II oltre alla prassi – ribadita in casi analoghi – di non essere coinvolta nell’organizzazione ma solo nella messa a disposizione degli spazi. Il mondo politico si divide: c’è chi condanna gli eccessi e chi, come Carlo Calenda, inserisce l’episodio in una più ampia critica alla vita universitaria a Napoli.

Il precedente e le ombre: le accuse incrociate su Mosca e RT

Nel videoracconto e nelle dichiarazioni successive, Matteo Hallissey ha chiesto a d’Orsi conto di presenze e interventi recenti in Russia – tra cui la partecipazione a eventi collegati alla galassia di RT nel 2025, anno del ventesimo anniversario dell’emittente controllata dal Cremlino. È un punto che rientra nelle accuse politiche, ma resta oggetto di contestazione pubblica: esistono articoli e materiali che documentano celebrazioni per i “20 anni di RT” a Mosca in ottobre 2025, con presenza di ospiti internazionali e messaggi di Vladimir Putin; la ricostruzione del legame specifico di d’Orsi con quelle occasioni emerge nelle sue stesse note di viaggio e in media filorussi, ma andrebbe circostanziata con riscontri diretti quando si entra nel merito di singoli eventi o date. È dunque corretto riportarla come contestazione politica, non come fatto giudiziario.