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Garlasco, la difesa di Alberto Stasi prepara la mossa decisiva mentre cambia il suo presente fuori dal carcere

Da una parte il fine pena sempre più vicino, dall’altra il tentativo di riaprire il verdetto che nel 2015 lo condannò a 16 anni

15 Giugno 2026, 21:44

21:50

Garlasco, il ritorno di Stasi in aula: tra nuova perizia sul Dna e vecchie ferite che non si rimarginano

Alberto Stasi

Mentre per lo Stato Alberto Stasi ha mostrato un percorso tale da meritare una misura alternativa al carcere, i suoi difensori lavorano per sostenere davanti a un’altra corte che quel processo, invece, merita di essere rimesso in discussione. È in questo spaccato — tra una pena da finire di scontare e una verità giudiziaria che si vuole cambiare — che il delitto di Garlasco torna a spostarsi, ancora una volta, dal passato al presente.

I legali di Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, stanno preparando l’istanza di revisione del processo. Il progetto difensivo è stato confermato in questi giorni e lo stesso Stasi ne aveva già fatto cenno durante l’udienza del 12 giugno 2026 davanti al Tribunale di Sorveglianza di Milano, l’udienza che ha poi aperto la strada all’affidamento in prova ai servizi sociali.

Il doppio binario: esecuzione della pena e battaglia sul giudicato

È importante distinguere i due piani, perché nella percezione pubblica spesso finiscono per sovrapporsi. Il provvedimento della Sorveglianza non riguarda la fondatezza della condanna né anticipa alcun giudizio sulla possibile revisione. Riguarda l’esecuzione penale: cioè il modo in cui una pena definitiva viene scontata, alla luce del comportamento tenuto dal condannato, del percorso trattamentale e delle prospettive di reinserimento. La revisione, invece, è un’altra cosa: è un rimedio straordinario che mira a riaprire un processo definito con sentenza irrevocabile sulla base di elementi nuovi o di presupposti che la legge considera idonei a mettere in crisi il giudicato.

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha concesso a Stasi l’affidamento in prova dopo avere valutato positivamente il suo comportamento in carcere e nella successiva fase di semilibertà. Nei resoconti sull’ordinanza, il passaggio più rilevante è quello in cui si sottolinea che al condannato “va riconosciuto un comportamento in linea con l’accettazione della condanna”, elemento ritenuto coerente con un esito favorevole del percorso di reinserimento. La decisione si colloca dentro un iter già avviato: nel 2025 a Stasi era stata concessa la semilibertà, poi confermata anche dopo il ricorso presentato dalla Procura generale.

Per ottenere misure alternative, il detenuto non è chiamato necessariamente a confessare o ad ammettere il reato nei termini in cui lo ricostruisce la sentenza; ciò che conta, sul piano penitenziario, è l’adesione al percorso esecutivo e la capacità di rispettare le regole. È su questo fronte che la Sorveglianza ha giudicato favorevolmente il caso Stasi.

Che cosa è accaduto il 12 giugno

All’udienza del 12 giugno 2026, davanti ai giudici milanesi della Sorveglianza, la difesa ha discusso la richiesta di misura alternativa più ampia, mentre sullo sfondo si è riaffacciata la prospettiva della revisione. Secondo quanto emerso da più resoconti, Stasi avrebbe fatto riferimento anche a questo fronte, segnalando di fatto che la battaglia processuale non è chiusa. Il giorno successivo, 13 giugno 2026, è arrivato il deposito del provvedimento che gli ha consentito di lasciare il carcere per proseguire la pena all’esterno, sotto prescrizioni e controllo dei servizi competenti.

Prima l’udienza, poi il provvedimento della Sorveglianza, quindi la conferma che i difensori stanno lavorando all’istanza di revisione. Non si tratta, dunque, di una reazione estemporanea alla misura concessa, ma di un percorso parallelo che procede da settimane. Già a metà maggio 2026, i legali avevano indicato l’orizzonte dell’estate come il tempo entro cui provare a depositare la richiesta.

Perché oggi la difesa ritiene di avere uno spazio nuovo

Il cuore della strategia sta negli sviluppi dell’inchiesta riaperta dalla Procura di Pavia. Il 7 maggio 2026 è stato notificato ad Andrea Sempio l’avviso di conclusione delle indagini preliminari con l’ipotesi investigativa che attribuisce a lui la responsabilità dell’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco. Per la difesa di Stasi, questa nuova iniziativa della magistratura pavese — al di là dell’esito futuro — rappresenta il fatto più rilevante degli ultimi anni, perché porta dentro un fascicolo giudiziario attivo una pista alternativa che per lungo tempo era rimasta ai margini.

Va però aggiunto un elemento di prudenza. La stessa Procura di Pavia ha disposto anche ulteriori accertamenti, tra cui una consulenza psichiatrica su Sempio, precisando che i termini delle indagini preliminari risultano ancora pendenti con scadenza indicata al 28 settembre 2026. In altre parole, la nuova inchiesta non è chiusa in modo irreversibile e il quadro investigativo è tuttora in movimento. Questo significa che la difesa di Stasi può valorizzare gli atti già emersi, ma il terreno su cui costruire la revisione resta, allo stato, delicato e non definitivo.

Se una Procura torna a indicare un altro possibile autore del delitto, la tenuta del giudicato su Stasi può essere nuovamente contestata. Non basta a vincere, ma basta a tentare. Ed è precisamente questo il passaggio che porta la difesa a preparare l’istanza.

Dove si giocherà la partita della revisione

L’eventuale richiesta di revisione dovrà approdare alla Corte d’Appello di Brescia, già competente in passato per le istanze di revisione legate al caso. Ed è qui che la storia recente suggerisce cautela. Per Stasi non sarebbe il primo tentativo. Nel 2017 la Corte d’Appello di Brescia dichiarò il non luogo a provvedere, rilevando che non risultava avanzata una formale istanza da parte dei soggetti legittimati. Nel 2020, invece, la stessa corte rigettò una nuova richiesta di revisione presentata dalla difesa.

Questi precedenti spiegano perché la nuova iniziativa venga considerata tanto attesa quanto complessa. La revisione non è un quarto grado di giudizio, non serve a rileggere liberamente gli stessi materiali già discussi nei processi ordinari. Occorre introdurre prove nuove o elementi che, da soli o insieme a quelli già acquisiti, siano astrattamente capaci di ribaltare l’esito finale. È per questo che la difesa guarda con particolare attenzione agli atti della nuova inchiesta pavese: non come semplice rumore mediatico, ma come possibile matrice di “novità” processuale.