il caso
“Nessun riposo per ICE”: Un corteo di rumori e veglie a Minneapolis dove dormono gli uomini della polizia anti-immigrazione
Dagli hotel di Bloomington a Foley Square, l’America si interroga su uso della forza, trasparenza e responsabilità federale
All’una e mezza di notte, nel parcheggio del Marriott di Bloomington, il rullare di tamburi improvvisati e coperchi di pentole copre il ronzio costante dell’autostrada. Qualcuno ha portato una tromba, altri alternano fischietti e sirene registrate su casse bluetooth. Sui vetri dell’hotel, tende tirate: dietro, dicono, dormono gli agenti della U.S. Immigration and Customs Enforcement – ICE appena rientrati da un’operazione. Fuori, centinaia di persone ripetono lo stesso ritornello: “No sleep for ICE”. È la notte successiva alla morte di Renee Nicole Good, 37 anni, cittadina statunitense, poetessa e madre di tre figli, colpita dai proiettili di un agente ICE durante un’operazione a Minneapolis la mattina del 7 gennaio 2026. Da quel momento, la città – e non solo – non ha più chiuso occhio.
Un colpo di pistola che attraversa l’America
Le immagini – riprese da più video – mostrano Renee Good al volante di una Honda Pilot mentre agenti mascherati si avvicinano, uno tenta la maniglia del lato guida e infila la mano dal finestrino; un altro, posizionato davanti al veicolo, spara più colpi a distanza ravvicinata quando l’auto avanza di pochi metri, aggirandolo. Renee morirà poco dopo in ospedale. La narrazione delle autorità federali parla di “auto usata come arma” e di un agente che avrebbe agito per “autodifesa”; quella della famiglia, dei testimoni e di diversi amministratori locali, invece, indica un uso della forza privo di giustificazione. L’FBI ha assunto il coordinamento delle indagini; intanto, la decisione federale di limitare l’accesso delle autorità del Minnesota alle prove ha alimentato ulteriori sospetti e tensioni.
Secondo ricostruzioni giornalistiche e documenti giudiziari, l’agente che ha premuto il grilletto è stato identificato come Jonathan (o Jonathan E.) Ross, veterano con anni di servizio tra Border Patrol e ICE, formazione tattica e un precedente ferimento in un episodio del 2025. L’identità non è stata ufficialmente confermata dal governo “per ragioni di sicurezza”, ma il nome compare in atti e inchieste di stampa. L’FBI valuta la congruità dell’uso della forza; intanto cresce la pressione perché si definisca un perimetro investigativo trasparente e accessibile anche alle autorità statali.
La madre di Renee, Donna Ganger, la descrive come “una delle persone più gentili che abbia mai conosciuto”, terrorizzata in quegli ultimi istanti. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha contestato pubblicamente la versione di DHS, bollando come “falsa” la narrativa che vorrebbe giustificare gli spari. Sul parquet del Target Center, prima della palla a due, i Minnesota Timberwolves hanno osservato un minuto di silenzio.
Minneapolis, New York, Boston, Baltimora, Birmingham: la geografia di un’onda
Nelle ore successive alla sparatoria, Minneapolis è scesa in strada: prima sul luogo del delitto, poi davanti al Whipple Federal Building, sede regionale di ICE. Lì, tra canti e lacrime, si sono registrati anche momenti di tensione con agenti federali, spray urticanti e spintoni; le scuole pubbliche cittadine hanno sospeso le lezioni per due giorni. Dal Nord al Sud, la protesta si è allargata: a New York, migliaia tra attivisti e comuni cittadini si sono ritrovati in Foley Square con cartelli “Justice for Renee Nicole Good”, per poi marciare verso 26 Federal Plaza, sede del DHS in città; a Boston, cortei e veglie dalla Park Street a City Hall Plaza; a Baltimora, manifestanti davanti all’ufficio locale di ICE; a Birmingham, Alabama, candele accese a Five Points South per una veglia denominata “From Birmingham to Minneapolis”. Decine di raduni simili sono stati segnalati anche in altre città.
A dare metodo e continuità a questo calendario, c’è un format già visto nel 2025: la tattica “No sleep for ICE”, nata a Los Angeles e replicata in varie città, che consiste nel presidiare – pacificamente ma rumorosamente – gli hotel dove alloggiano gli agenti federali per renderne più difficoltosi i turni. Gli organizzatori sottolineano che il disagio “fa parte del messaggio”: mostrare, a beneficio dell’opinione pubblica, la sproporzione tra la privazione del sonno di chi applica politiche migratorie aggressive e la privazione di libertà, diritti e serenità delle comunità colpite.
Bloomington, la notte delle pentole e dei fischietti
A Bloomington, polo alberghiero a sud di Minneapolis, la protesta si è concentrata su alcune strutture dove – secondo segnalazioni di attivisti e post circolati online – soggiornano nuclei di agenti ICE. Un video, rilanciato anche dalla stampa italiana, mostra una colonna di persone con megafoni e trombe davanti a un Marriott, impegnate a “non far dormire” gli agenti. Nelle stesse ore un altro fronte mediatico si è aperto: un dipendente di un Residence Inn by Marriott di Bloomington è stato licenziato dopo aver diffuso online immagini di sorveglianza e dati identificativi di almeno sei agenti ICE; Marriott ha parlato di “sicurezza e privacy dei clienti come priorità assoluta”, mentre ICE ha denunciato l’aumento esponenziale di minacce e aggressioni ai suoi operatori.
La mappa degli alloggi della forza federale è diventata terreno di contesa anche sul fronte corporate. Nei giorni del maxi-dispiegamento federale nel Minnesota, un Hampton Inn dell’area di Lakeville (franchising Hilton) è stato rimosso dal circuito del gruppo dopo aver rifiutato – secondo il DHS – di ospitare personale di ICE a tariffa governativa. Hilton ha precisato la natura indipendente della gestione e ha condannato l’episodio, prendendo misure interne verso il franchisee. Il caso ha polarizzato i social, con inviti al boicottaggio da un lato e alla resistenza dall’altro, e ha alimentato un’ulteriore pressione sulle catene alberghiere che ospitano gli agenti.
Sullo sfondo, un dato politico: il dispiegamento di circa 2.000 operatori federali nel Minnesota – annunciato dal DHS nell’ambito di un’operazione anti-frode che, stando alle note ufficiali, punta in particolare su reti legate alla comunità somala locale – ha creato un clima di militarizzazione percepito come invasivo da molti residenti. L’uccisione di Renee Good a poco più di un miglio dal luogo del delitto George Floyd ne ha fatto un detonatore simbolico.
La vittima, l’agente, le parole che pesano
In queste ore, la biografia di Renee Nicole Good occupa titoli e timeline. Nata in Colorado Springs, laureata in English a Old Dominion University nel 2020 e premiata per la poesia, si era trasferita di recente a Minneapolis con il compagno; i tre figli hanno 15, 12 e 6 anni. Alcuni la indicano come osservatrice legale volontaria delle attività di ICE; la famiglia smentisce un coinvolgimento attivo nelle proteste. La discrepanza tra queste versioni – come altre in questo caso – impone prudenza: il dettaglio su cosa facesse esattamente Renee in quei minuti resterà determinante per la qualificazione giuridica dell’evento.
L’agente identificato dai media come Jonathan Ross è un profilo con quasi vent’anni di esperienze combinate tra Guardia Nazionale dell’Indiana, Border Patrol, ICE, ruoli SWAT e task force con l’FBI. Il precedente ferimento in un episodio con veicolo in fuga – usato da alcuni esponenti federali come contesto per spiegare la percezione del rischio – ha un doppio effetto narrativo: per i sostenitori, corrobora l’ipotesi di una minaccia credibile; per i critici, mostra un pattern operativo che espone gli agenti (e i civili) a dinamiche ad alto rischio. Sarà l’inchiesta a dirimere.
A complicare la cornice pubblica, parole istituzionali destinate a lasciare traccia: dal riferimento del DHS a un presunto atto di “terrorismo interno” fino alle smentite secche del sindaco Frey e di altri amministratori locali, che bollano quella definizione come un tentativo di “ribaltare i fatti”. Nel frattempo, episodi come il video – diventato virale – di un agente DHS che calcia un cero in un memoriale per Renee alimentano l’indignazione e l’idea, per molti, di una postura federale aggressiva anche nell’after-math.
Dall’hotel al tribunale dell’opinione pubblica
La battaglia si sposta così negli spazi liminali della quotidianità: hotel, parcheggi, hall di check-in. Le catene diventano, loro malgrado, comparse protagoniste. In Edina, già a metà dicembre 2025, circa 150 persone hanno messo in scena una “noise protest” davanti a un Homewood Suites by Hilton. Nei primi giorni di gennaio 2026, lo scontro tra un franchisee Hilton e ICE sulle prenotazioni – chiuse, riaperte, poi il drastico step della rimozione del marchio – segnala come le campagne “No sleep for ICE” riescano a produrre effetti reali su logistiche, costi e reputazione. Per gli attivisti è un successo tattico; per le aziende, un rischio-immagine da gestire tra legalità, policies interne e pressioni politiche.
Il filone Marriott racconta un’altra faccia della medaglia: la reazione immediata al caso di “doxxing” degli agenti, il richiamo alla tutela della privacy e alla sicurezza di ogni cliente, il messaggio – fatto proprio anche da ICE – secondo cui la pubblicazione di dati personali espone i funzionari e le famiglie a un “salto” nella minaccia. Al netto delle simpatie politiche, resta un punto: gli hotel sono oggi uno snodo strategico delle operazioni federali e, dunque, un campo di disputa che dal digitale si riversa nel fisico.