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«Siamo al comando del Venezuela e vogliamo l'accesso totale al petrolio»: la dottrina energetica e muscolare di Trump

Accesso “totale” al petrolio, minaccia di un “secondo attacco”, segnali contraddittori da Caracas: come sta cambiando l’equilibrio regionale (e il mercato del greggio) dopo la cattura di Nicolás Maduro

Redazione La Sicilia

05 Gennaio 2026, 12:16

trump

La scena è quasi cinematografica: i monitor del Pentagono con le mappe di Caracas, i feed video sgranati del blitz notturno, e poi la voce di Donald Trump che, a bordo dell’Air Force One, scandisce: “Non chiedetemi chi è al comando… significa che siamo noi al comando”. Poche ore dopo, un’altra frase destinata a fare il giro del mondo: “Se non si comportano bene, ci sarà un secondo attacco”. E nel mezzo, l’annuncio della nuova linea: “Abbiamo bisogno di accesso totale al petrolio venezuelano”. È l’abbozzo di una dottrina — energetica prima ancora che geopolitica — che riporta l’America Latina al centro della competizione globale per risorse, influenza e sicurezza.

Le tre mosse di Trump: comando, deterrenza, petrolio

Nelle ventiquattr’ore successive alla cattura di Maduro, il presidente degli Stati Uniti ha fissato tre punti chiave, che delineano una strategia tanto semplice nei messaggi quanto complessa nelle implicazioni: dichiarare che Washington è “al comando” del Venezuela, evocando una tutela di fatto fino a una “transizione sicura, corretta e giudiziosa”. Minacciare un secondo attacco se la nuova leadership “non si comporta bene”. Rivendicare un “accesso totale” al settore petrolifero, con l’ingresso di “grandi compagnie statunitensi” chiamate a investire “miliardi” per riparare infrastrutture “marce” e rilanciare la produzione.

Dietro la potenza dello slogan, però, si intravede un’impalcatura più articolata: l’uso combinato di pressione militare e leva energetica, che punta a ribaltare la traiettoria di un Paese con le più grandi riserve provate di greggio del mondo — oltre 300 miliardi di barili — ma una produzione crollata a circa 800.000 barili/giorno.

Caracas tra sfida e cooperazione: il doppio registro di Delcy Rodríguez

Dopo il blitz, la vicepresidente diventata presidente ad interim, Delcy Rodríguez, ha alternato due registri. In un primo passaggio televisivo, ha definito la cattura di Maduro “barbarica”, promesso la difesa delle risorse e ribadito che il Venezuela “non tornerà mai colonia di un altro impero”. Poi il ricalibro: un messaggio diretto a Trump per “lavorare insieme” a una relazione “di pace e dialogo”, nel quadro del diritto internazionale. Questo doppio segnale riflette l’equilibrismo di un esecutivo che, tra piazza e palazzi, deve rassicurare le basi interne senza chiudere il canale con chi, ora, controlla il rubinetto delle sanzioni, l’accesso ai mercati e — di fatto — la sicurezza del Paese.

Che cosa è successo e perché conta

L’operazione statunitense, preparata da settimane con un dispositivo aeronavale nel Caribe, si è svolta nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 2026, con attacchi selettivi e il sequestro di Maduro trasferito poi negli Stati Uniti per rispondere a capi d’accusa federali preesistenti. Il dossier è ora nelle mani della magistratura a New York.

Il quadro era andato degradandosi già a dicembre, con l’abbordaggio e il sequestro di petroliere legate al crudo sanzionato e con la minaccia di un “blocco totale e completo” del traffico oil in entrata e uscita dal Venezuela. A livello internazionale, la mossa ha scatenato reazioni opposte: dalla condanna del Segretario generale ONU, António Guterres, che ha parlato di “precedente pericoloso”, alle critiche di Russia e Cina; sul fronte regionale, inviti al dialogo e alla “zona di pace” latinoamericana.

Petrolio, prezzi e Big Oil: cosa cambia nel medio periodo

Il punto più sensibile è energetico. Trump ha promesso che “le nostre grandi compagnie petrolifere entreranno, spenderanno miliardi, rimetteranno in sesto le infrastrutture e faranno fare soldi al Paese”. Ma i grandi operatori, almeno in pubblico, restano guardinghi: Chevron — l’unica major USA ad avere ancora una presenza operativa nel Paese — si limita a ricordare che seguirà “le leggi e i regolamenti applicabili”, evitando di confermare alcun maxi-piano.

I mercati, intanto, hanno reagito con un riflesso quasi controintuitivo: calo dei prezzi del Brent e del WTI di poco oltre l’1%, con rally dei titoli oil a Wall Street. Il messaggio che gli investitori sembrano leggere è che, a regime, un Venezuela riaperto agli investimenti potrebbe aggiungere offerta e deprimere i prezzi nel medio periodo. Goldman Sachs stima che, in caso di recupero strutturale verso i 2 milioni b/g nel corso del decennio, l’effetto potrebbe valere anche -4 dollari al barile entro il 2030; nel breve, però, pesano la logistica, la qualità dell’extra-heavy dell’Orinoco e la necessità di diluenti.

Quanto è realistica la “rinascita” dell’oil venezuelano

Rilanciare il settore significa affrontare tre colli di bottiglia: infrastrutture critiche. Oleodotti, upgrading, miscelazione, porti: servono investimenti nell’ordine di decine di miliardi e tempi lunghi. Il greggio extra-pesante necessita di tecnologie e diluenti per essere trasportato e venduto; senza questi, la produzione resta inchiodata. Governance e contratti. Dopo anni di espropri, arbitrati e ri-nazionalizzazioni, tornare ad attirare capitali implica regole stabili, garanzie legali e una ridefinizione della partecipazione di PDVSA con gli operatori esteri, inclusa la partita dei crediti pregressi. Sanzioni e licenze. La storia recente di Chevron lo dimostra: licenze speciali, proroghe, stop-and-go regolatori scandiscono la vita operativa nel Paese. Senza un quadro chiaro — e duraturo — sulle autorizzazioni OFAC, l’entusiasmo di facciata resta lettera morta.

La linea di Caracas: stabilità interna, ossigeno esterno

Nelle prime ore dopo l’operazione, Rodríguez ha segnalato priorità interne — ordine pubblico, continuità amministrativa, pagamento salari — e una postura esterna rivolta a disinnescare l’escalation, pur senza rinunciare a rivendicare sovranità e controllo delle risorse. La richiesta di un rapporto “equilibrato e rispettoso” con Washington è anche un modo per comprare tempo: in assenza di un’intesa di fondo su sanzioni, investimenti e architettura della transizione, il rischio è un vicolo cieco che logora l’economia e alimenta destabilizzazione.

Il contenuto politico della minaccia: il “secondo attacco”

La minaccia di Trump a un “secondo attacco” non è solo retorica muscolare. Funziona come deterrente per vincolare le prossime mosse di Caracas su dossier chiave: gestione delle forze di sicurezza, preservazione delle infrastrutture energetiche, cooperazione contro reti criminali e narcotraffico, e — soprattutto — accettazione del nuovo perimetro negoziale con gli Stati Uniti. Ma è un’arma a doppio taglio: ogni segnale di riapertura può essere letto internamente come cedimento; ogni postura di orgoglio nazionale può essere interpretata a Washington come provocazione. Il margine tra fermezza e escalation è stretto.

Diritto internazionale, “precedente pericoloso” e diplomazia di crisi

La presa di Maduro in territorio venezuelano ha acceso un allarme rosso alle Nazioni Unite. Il Segretario generale António Guterres ha parlato di “precedente pericoloso”, richiamando tutti al rispetto della Carta ONU e al divieto dell’uso o minaccia della forza contro l’integrità territoriale degli Stati. Russia e Cina hanno denunciato l’operazione come “illegale” e destabilizzante. Per Washington, la cornice narrativa resta quella della lotta ai narcos e della liberazione delle risorse “sequestrate da un regime corrotto”; ma nel diritto internazionale contano processi, mandati e basi giuridiche condivise, che in questo caso appaiono quanto meno controverse.

America Latina: tra condanna, cautela e realpolitik

Diversi governi della regione hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui esprimono “profonda preoccupazione” per un’azione militare unilaterale “contraria ai principi fondamentali del diritto internazionale”, ribadendo che la soluzione in Venezuela deve essere “esclusivamente pacifica” e “senza interferenze esterne”. È un promemoria politico: in un continente che negli ultimi anni ha tenuto insieme governi di segno diverso, l’idea di un’azione armata guidata dagli Stati Uniti riattiva anticorpi storici.

I nodi economici immediati: casse pubbliche, dollari e importazioni

Liquidità e import. Senza un allentamento delle sanzioni o un canale finanziario protetto, l’amministrazione ad interim fatica a coprire importazioni essenziali (alimenti, farmaci, componenti industriali).

Produzione oil. Gli arresti operativi, la scarsità di diluenti e l’incertezza contrattuale possono comprimere nell’immediato la produzione, anche se le aspettative di medio periodo — in caso di rientro massiccio di capitali — puntano a 1,3–1,4 milioni b/g entro 24 mesi, secondo alcune stime bancarie.

Prezzi globali. Se il Venezuela tornasse progressivamente sul mercato con volumi rilevanti, il Brent potrebbe scivolare di alcuni dollari; ma le variabili — OPEC+, domanda globale, traiettoria USA — restano decisive.

E le major americane? Tra prudenza pubblica e calcoli privati

L’idea di Trump è chiara: far rientrare le major USA come Chevron, ExxonMobil, ConocoPhillips per “modernizzare” e poi “farsi rimborsare”, magari compensando passività pregresse con nuove concessioni. Ma la realtà corporativa ha altre domande: quali immunità giuridiche? Quale regime fiscale? Quale protezione per asset e personale in un contesto potenzialmente instabile? Se le imprese hanno reagito con prudenza, lo hanno fatto anche perché la giostra delle licenze OFAC degli ultimi anni ha insegnato quanto possano cambiare in fretta le condizioni operative.

La partita domestica americana

La cattura di Maduro divide anche la politica statunitense. Se una parte dell’establishment applaude il “colpo al narco-regime”, altre voci — incluse figure di primo piano dell’opposizione — criticano il precedente legale e i costi potenziali di un impegno prolungato. Intanto, Wall Street ha premiato i titoli oil, scommettendo su un mix di extra-profitti e opzioni di lungo periodo in Venezuela.

Le incognite di sicurezza: milizie, frontiere, ritorsioni

Ogni intervento che tocca i vertici di un regime consolidato apre la questione della sicurezza diffusa: lealtà nelle forze armate, catena di comando, possibili azioni di milizie o gruppi non statali, infiltrazioni criminali nelle zone di confine con Colombia e Brasile. La minaccia di un “secondo attacco” funziona da freno, ma alimenta anche il rischio di un ciclo azione–reazione che, nel peggiore dei casi, potrebbe pesare su infrastrutture energetiche esposte e su nodi logistici nevralgici.

Una conclusione provvisoria

La formula “al comando del Venezuela” ha la forza di uno slogan, ma reggere la realtà richiede molto più che dichiarazioni. Senza una cornice legale condivisa e senza un disegno economico credibile — fatto di investimenti, regole stabili, riforme interne e garanzie per gli attori esteri — la promessa di riportare “in vita” un “Paese morto” rischia di trasformarsi in un’eterna messa in cantiere. Per ora, l’unico dato certo è l’azzardo: il precedente evocato dall’ONU, la partita a scacchi con Mosca e Pechino, il ricalcolo dei mercati energetici e la speranza — più volte invocata da Delcy Rodríguez — che la regione, almeno questa volta, scelga il linguaggio del diritto e della diplomazia.