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LA PREMIER

Meloni porta l’energia al centro dello scontro europeo: «Non si può dire che i soldi ci sono solo per le spese militari»

Dalla crisi in Iran al rischio sullo Stretto di Hormuz, la presidente del Consiglio prova a spostare il baricentro del dibattito a Bruxelles

28 Maggio 2026, 11:08

11:10

Meloni porta l’energia al centro dello scontro europeo: “Non si può chiedere sacrifici solo per la difesa”

«Non ci sia più niente da difendere». È la formula scelta da Giorgia Meloni per spiegare, in diretta su Mattino Cinque, il senso della mossa italiana a Bruxelles: chiedere per l'emergenza energetica la stessa flessibilità di bilancio già concessa alla difesa. Non una rinuncia alla sicurezza militare — la premier ci tiene a precisarlo — ma un rifiuto dell'idea che quella possa essere presentata come l'unica priorità assoluta, mentre famiglie e imprese fanno i conti con bollette instabili e una crescita ancora fragile. «Se non siamo in grado di dare risposte ai cittadini e alle imprese, rischiamo che non ci sia più niente da difendere in questa nazione», ha detto la presidente del Consiglio, aggiungendo che «bisogna cercare un equilibrio». Sull'interlocuzione con Bruxelles, ha glissato con cautela: «Vedremo come andrà avanti questo dibattito».

C'è un punto in cui la geopolitica smette di essere materia da summit internazionali e diventa una voce secca nel bilancio domestico: quando una crisi a migliaia di chilometri di distanza arriva sulla bolletta, sul prezzo del carburante, sul costo di produrre acciaio, ceramica, pane. È da qui che Meloni ha scelto di ripartire, saldando in un'unica narrazione la guerra economica, la sicurezza europea e la tenuta sociale interna. Un messaggio ribadito anche all'assemblea di Confindustria il 26 maggio: «La difesa è libertà», ma senza aiutare famiglie e imprese «non rimane nulla da difendere».

La richiesta a Bruxelles: stessa logica, campo più ampio

Sul piano tecnico, la mossa italiana si inserisce nel nuovo quadro della governance economica europea. La clausola di salvaguardia nazionale per la spesa nella difesa consente, a determinate condizioni, una deviazione temporanea dai percorsi di bilancio: secondo il Consiglio dell'Unione europea, la flessibilità prevista può essere attivata per quattro anni a partire dal 2025, con uno scostamento annuo fino all'1,5% del PIL e fino al 2028. La Commissione europea ha confermato di aver ricevuto la lettera del governo italiano e la portavoce Paula Pinho ha fatto sapere che Bruxelles sta «monitorando con attenzione la situazione energetica», pur senza entrare nel merito del testo.

Roma vuole usare quel precedente come base per un'estensione all'emergenza energetica. Il ragionamento è semplice nella sua brutalità: se l'Europa riconosce che circostanze straordinarie giustificano margini aggiuntivi per la sicurezza militare, allora un nuovo shock energetico — alimentato dalle tensioni in Medio Oriente — produce effetti altrettanto eccezionali sui conti pubblici e sull'economia reale. Non è una battaglia di principio; è una battaglia sulle definizioni. Per Meloni, oggi anche l'energia è sicurezza.

In questo quadro pesa anche lo strumento SAFE, adottato il 27 maggio 2025 con prestiti fino a 150 miliardi di euro per rafforzare la base industriale della difesa. L'Italia teme che una lettura troppo rigida delle priorità europee finisca per spingere i governi a concentrare risorse su un solo fronte, mentre l'emergenza energetica continua a erodere consenso sociale e capacità produttiva.

Il convitato di pietra: lo Stretto di Hormuz

Il cuore della preoccupazione italiana ha un nome geografico e un peso economico enorme: Stretto di Hormuz. Per la IEA, nel 2025 attraverso quel passaggio sono transitati in media 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti petroliferi, pari a circa il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio. Una sua eventuale chiusura avrebbe conseguenze dirompenti anche sul gas: Qatar ed Emirati Arabi Uniti fanno passare di lì una quota enorme del loro LNG, che vale quasi il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto.

Per l'Europa il danno non dipenderebbe solo dai volumi direttamente importati, ma dall'effetto-prezzo globale: basta una strozzatura — o il timore credibile di una chiusura — perché salgano quotazioni, costi assicurativi, noli marittimi e premi per il rischio. La conseguenza, in un sistema ancora dipendente dai combustibili fossili, è un rincaro che corre lungo l'intera filiera. La premier ha legato esplicitamente la situazione in Iran e i rischi sullo stretto agli effetti concreti sull'economia reale: aspettare l'esplosione piena dello shock sarebbe un errore politico prima ancora che economico.

Il punto debole italiano: la vulnerabilità dei costi

L'argomento trova terreno fertile proprio nella struttura dell'economia italiana. Nel 2025 il fabbisogno elettrico nazionale è stato pari a 311,3 TWh e le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda: un dato importante, ma non ancora sufficiente a immunizzare il sistema dagli shock su gas e petrolio. Terna segnala un record della produzione fotovoltaica con 44,3 TWh, eppure la tenuta del sistema industriale continua a dipendere dal costo dell'energia sul mercato all'ingrosso.

Sul lato delle famiglie, qualcosa si è mosso: ARERA ha comunicato che ad aprile 2026 il valore della materia prima gas per il servizio di tutela della vulnerabilità è sceso del 7,6% rispetto a marzo. Un sollievo congiunturale, non una garanzia strutturale. La stessa ARERA ricorda che dal 1° gennaio 2026 la soglia ISEE per accedere automaticamente ai bonus sociali è salita a 9.796 euro: misure utili per contenere il disagio, non per risolvere la fragilità energetica del Paese.

Bruxelles ascolta, ma non apre davvero

Il problema, per Palazzo Chigi, è che la sponda politica in Europa appare limitata. La Commissione non ha chiuso formalmente la porta, ma non ha neppure dato segnali di svolta. Da Bruxelles sono emerse resistenze nette: alcuni governi temono che aprire questo capitolo significhi riaprire, a cascata, una trattativa potenzialmente infinita sulle deroghe al nuovo Patto di stabilità.

Il nodo è politico prima che contabile. Per una parte degli Stati membri, la minaccia russa giustifica un trattamento speciale della difesa; per estendere lo stesso schema all'energia occorrerebbe riconoscere che il mercato energetico resta oggi un fattore di vulnerabilità sistemica comparabile a una minaccia strategica. Non tutti, a Bruxelles, sono pronti a farlo. La Commissione europea, con il pacchetto AccelerateEU – Energy Union presentato il 22 aprile 2026, ha indicato la resilienza energetica come priorità davanti alla volatilità dei mercati fossili, ma questo non coincide automaticamente con nuovi spazi fiscali.

Oltre l'emergenza: la partita vera è industriale

La flessibilità può comprare tempo, non sostituire una strategia. Per l'Italia, ridurre la pericolosità dei futuri shock energetici significa accelerare investimenti in reti, accumuli, rinnovabili, interconnessioni e capacità di stoccaggio. Il Piano di sviluppo 2025 di Terna prevede oltre 23 miliardi di euro in dieci anni proprio per favorire l'integrazione delle fonti rinnovabili e aumentare la capacità di trasporto della rete.

È qui che la mossa di Meloni acquista un significato più ampio. La premier prova a sottrarre il tema energetico alla logica dell'emergenza episodica e a ricollocarlo nel perimetro delle grandi scelte strategiche europee. In sostanza, chiede all'Unione di aggiornare il proprio lessico politico: non c'è solo la difesa dei confini, c'è anche la difesa del potere d'acquisto, della continuità produttiva, della competitività industriale. Se un'impresa riduce i turni per i costi dell'energia, se una famiglia comprime i consumi essenziali per pagare bollette e carburanti, il problema non è meno «strategico» di un investimento militare. È soltanto meno solenne, e molto più quotidiano.

Resta da capire se questa impostazione produrrà risultati negoziali veri oppure solo un dividendo comunicativo interno. Nel breve periodo, la risposta dipenderà dalla disponibilità della Commissione e degli altri governi ad accettare una lettura più ampia delle «circostanze straordinarie». Nel medio periodo, il giudizio sarà più semplice e più severo: se l'Italia riuscirà a trasformare l'argomento della vulnerabilità energetica in investimenti e riduzione strutturale dei costi; oppure se tutto si fermerà a una battaglia semantica su quali spese meritino una deroga.

Per ora, un fatto politico è già emerso con chiarezza. Giorgia Meloni ha scelto di dire — in televisione e nelle sedi istituzionali — che non si può chiedere agli italiani un atto di fede sulla difesa mentre l'onda lunga delle crisi globali continua a lambire salari, consumi e margini industriali. È un messaggio calibrato sul sentimento del Paese, ma anche su un dato difficilmente contestabile: in un'economia esposta agli shock energetici, la sicurezza non è soltanto un capitolo di spesa. È la differenza tra resistere e arretrare. E oggi, per l'Italia, passa anche da una bolletta.