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Il personaggio

Jerry Calà e quel sapore di casa catanese: «Plaia, scogli e arancini tra ricordi ed emozioni»

L'attore a Cortinametraggio parla della sua infanzia nella città etnea e della sua carriera che lo ha reso “maschera” scanzonata

12 Aprile 2026, 16:46

16:50

Jerry Calà e quel sapore di casa catanese: «Plaia, scogli e arancini tra ricordi ed emozioni»

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Jerry Calà a Cortinametraggio si muove con naturalezza tra giovani registi, proiezioni e incontri. È qui in veste di giurato, ma basta poco perché l’atmosfera cambi: una battuta, un ricordo, e il tempo sembra piegarsi, riportando tutti a quell’immaginario che ha segnato intere generazioni.

Calà parla come recita: senza filtri, con ritmo, lasciandosi attraversare dai ricordi. Catania, Verona, I Gatti di Vicolo Miracoli, il cinema, la musica. E poi c’è quella parola, “libidine”, che ritorna, evocata quasi con affetto, come una chiave d’accesso immediata a un tempo condiviso. Calà resta fedele a se stesso, con quella leggerezza consapevole che non è fuga, ma uno sguardo lucido e preciso sul mondo.

È nato a Catania ma è cresciuto al Nord. Che ricordi ha della sua infanzia siciliana?

«Sono andato via da Catania quando ero ancora molto piccolo, avevo appena quattro o cinque anni. Tuttavia, come si faceva un tempo, durante le vacanze trascorrevo almeno due mesi dai nonni in Sicilia. Per questo conservo ricordi bellissimi: con i miei cugini ci divertivamo tantissimo, andavamo alla Playa, al mare, oppure sull’Etna per fare scampagnate. Sono immagini d’infanzia vive e preziose. La Sicilia l’ho vissuta davvero, e mi è rimasta dentro, con tutti i suoi valori e i suoi affetti. E ogni volta che ci torno, lo sento chiaramente: è la mia terra».

Qual è il primo sapore siciliano che le viene in mente?

«Il sapore dell’arancino. È la prima cosa che cerco appena atterro a Catania: non posso fare a meno di mangiarne uno. Ricordo che, quando ancora non viaggiavo in aereo ma in treno, appena salivo sul traghetto correvo subito a prenderne uno. Non era sempre il massimo, ma per me era un rito irrinunciabile».

C’è un luogo della Sicilia a cui è particolarmente legato?

«Sicuramente Acitrezza. È un posto che mi riporta a mio padre. Mi portava al mare e io lo aspettavo mentre pescava i ricci: stavo sugli scogli e poi li mettevo nella cesta. È uno dei miei luoghi del cuore, un ricordo davvero prezioso».

La leggerezza è sempre stata la sua cifra: è stata una scelta o una necessità?

«La leggerezza è un valore a cui tengo profondamente. Negli ultimi tempi, nei miei spettacoli, arrivo persino a farne un vero e proprio elogio, perché credo che oggi ne abbiamo davvero bisogno. Spesso viene confusa con superficialità, ma non è affatto così: la leggerezza è gioia, è la capacità di non prendere tutto troppo sul serio. Oggi, invece, bisogna stare attenti a ogni parola, a ogni dettaglio, e tutto finisce per diventare un po’ più pesante».

A proposito di parole: usa ancora “libidine”?

«A dire il vero, mi verrebbe anche voglia di smettere di usarla, ma sono gli altri a tirarla sempre fuori. Incontro tante persone, soprattutto tra i 45 e i 50 anni, che mi dicono: “Jerry, siamo cresciuti con i tuoi film”. E allora, come si fa a non dirla?»

Che significato ha oggi per lei questa parola?

«Quello di sempre. Non ha mai avuto un significato sessuale. La “libidine” è, piuttosto, il piacere intenso che nasce dal fare o dal vivere qualcosa: può essere un piatto di spaghetti al dente, un paesaggio, un tramonto. È quella sensazione improvvisa e profonda di piacere che ti attraversa all’improvviso».

I ricordi, col tempo, diventano più belli. I suoi sono cambiati?

«Non ci avevo mai pensato, ma sì: andando avanti, si tende a ricordare soprattutto le cose belle. Difficilmente mi soffermo su ciò che mi ha fatto soffrire. Con il tempo, poi, si riesce anche a rivalutare persone e situazioni: ciò che un tempo ti ha ferito può assumere, col passare degli anni, un significato diverso, persino più positivo».

Tra i film che ha fatto, ce n’è uno che sente più suo?

«Ne ho fatti tanti, mi sento particolarmente legato a Un ragazzo e una ragazza, diretto da Marco Risi. È il film in cui ho iniziato a sentirmi davvero un attore, meno cabarettista. Era una storia d’amore raccontata nel tempo, con musiche bellissime: divertente, ma anche ricca di sentimento. Marco Risi voleva che recitassi a tutto tondo, e per me è stato fondamentale. Se invece penso al divertimento sul set, Vacanze di Natale resta un’esperienza unica: ci siamo divertiti davvero tantissimo».

Si aspettava che “Sapore di mare” sarebbe diventato un cult così duraturo?

«Assolutamente no, era impensabile. Pensavamo che il pubblico si sarebbe divertito, ma non avremmo mai immaginato che, a distanza di quarant’anni, quei film sarebbero stati ancora celebrati e riproposti al cinema. Il merito è dei fratelli Vanzina, soprattutto di Carlo, che aveva un’intuizione straordinaria. Raccontavano storie di giovani ispirate alle loro esperienze reali: conoscevano bene quei mondi, perché li avevano vissuti in prima persona».

Com’è stato lavorare con loro?

«Semplice: avevano le idee chiarissime. Carlo Vanzina, in particolare, aveva già il montaggio in testa e non girava nulla di superfluo. Le giornate finivano presto: alle tre e mezza eravamo già in hotel. Si fidavano molto degli attori, lasciavano spazio anche all’improvvisazione, ma sapevano guidarci e tenerci nei limiti. Ed è proprio questo, secondo me, uno dei segreti del loro successo».

La musica è un tassello importante della sua vita.

«Sono nato come musicista: a quattordici anni avevo già una band a Verona e suonavo nei festival parrocchiali. Poi ho scoperto la vena comica, ma la musica è sempre rimasta una parte essenziale di me. Ho avuto anche un gruppo con Umberto Smaila. Ci siamo conosciuti al liceo classico di Verona, dove avevamo a disposizione un piccolo teatrino: è lì che è iniziato tutto. Prima il teatro, poi la musica e, infine, il gruppo».

C’è un ruolo che avrebbe voluto interpretare?

«Sì, quello del professore. Se non avessi fatto l’attore, avrei insegnato greco e latino: ero molto bravo. In realtà era il mio piano A, poi la vita ha preso un’altra strada».

“Non sono bello ma piaccio”: è ancora così?

«Sì, è un marchio. Una battuta nata con i Vanzina che rappresentava perfettamente il mio personaggio. E tanti ragazzi si sono riconosciuti in quella frase».

Al Jerry bambino, cosa direbbe oggi?

«Non sai quello che ti aspetta!».