Cosa nostra
Il boss che "dà lezioni di mafia" al bambino: «Prendi la pistola, sai sparare?»
Gli aspetti più inquietanti del blitz della Dda di Catania che ha duramente colpito il clan Nardo di Lentini
«Pare che il tempo si sia fermato. Ho rivisto gli stessi volti che controllavano Lentini a livello mafioso negli anni Novanta», questa la reazione di un testimone di giustizia quando ha letto alcuni dei nomi dei 25 arrestati dell’operazione “Santuzzi-Gerione”, che ieri ha dato un duro colpo a Cosa Nostra. In particolare ai Nardo di Lentini e ad alcuni narcos legati (anche a livello familiare) ai Santapaola di Catania.
Il potere mafioso a Lentini, quindi, sarebbe tornato in mano ai soliti noti. Boss storici che hanno riportato indietro le lancette dell’orologio. Ma non c’è solo l’aspetto della governance mafiosa che appare immutabile, ma anche quella della connivenza. Della resa. È stato lo stesso procuratore di Catania, Francesco Curcio, a dire che uno degli aspetti più amari che emergono dall’indagine è che «Sono emersi casi di soggetti che pagavano 40 anni fa e che adesso abbiamo scoperto continuano a pagare. È una cosa veramente incredibile». Curcio lancia un appello agli imprenditori: «Denunciate, le nostre porte sono sempre aperte». La lista di chi versa il pizzo, anche mascherato in altre forme, è davvero lunga. Aziende, commercianti, appaltatori.
Quest’operazione - che ha portato a un sequestro del valore di 5,5 milioni di euro - ha messo assieme più fascicoli. Uno è il frutto delle dichiarazioni di Filadelfo Amarindo, il dipendente della Sicula Trasporti, che dopo l’arresto nel blitz “Mazzetta Sicula” ha deciso di collaborare con la giustizia. Il pentito - che si è definito “un avvicinato” del clan Nardo - ha riferito che i ruoli di peso all’interno della famiglia mafiosa li avrebbero svolti Franco Catania da un lato e Angelo Randazzo dall’altro.
Catania è il protagonista della lezione di mafia a un bambino, evidenziata dagli investigatori ieri nel corso della conferenza stampa. La conversazione intercettata è inserita tra le seicento pagine dell’ordinanza firmata dalla gip Anna Maria Cristaldi.
Catania, cinque anni fa, assieme a un altro indagato avvicinava un ragazzino, mai identificato, che convinceva a maneggiare una pistola seppur per qualche minuto. Il boss gli impartiva un inquietante insegnamento: «Se qualcuno maltratta la mamma gli devi sparare addosso. Ce la fai a sparargli addosso? Ti do la pistola, vero che te la do. Dai forza gliela puoi dare... hai visto! Se l'è presa! È pazzo». Un comportamento che ha suscitato la rabbia e l’indignazione della madre del bambino, che senza paura apostrofava il boss: «Ehi, pezzo di merda». «Si è arrivati addirittura a mettere nelle mani di un piccolo bambino di 5-6 anni un’arma dicendogli che quello sarebbe stato il suo strumento di lavoro», ha commentato Curcio.
L’altra figura di spicco saltata fuori dalle indagini, proveniente direttamente dal passato, è Giuseppe Giampapa, rientrato a Carlentini nel 2020 dopo una lunga detenzione. Lo storico boss avrebbe «assunto la gestione delle attività economiche del clan connesse alla filiera agroalimentare e relative nello specifico alla commercializzazione ed al trasporto degli agrumi». Giampapa inoltre avrebbe avuto «il ruolo di addetto alla relazioni con la famiglia catanese» e avrebbe avuto «l’esclusiva nelle imposizioni riguardanti il settore ortofrutta». Inoltre il boss, ieri arrestato, avrebbe «partecipato alle attività di infiltrazione negli appalti e al recupero crediti». L’agenzia di trasporti riferibile a lui sarebbe stata al centro del sistema del racket. La tecnica dei clan era quella di imporre «una sorta di tassazione alle imprese», ha detto il procuratore aggiunto di Catania, Sebastiano Ardita. Le ditte sarebbero state «costrette a pagare per ogni servizio reso una quota degli utili».