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Territorio

Tondo Gioeni a Catania, «il “rain garden” come laboratorio di civiltà idrologica urbana»

Sull'opera in corso di ultimazione a Catania - la fine dei lavori è prevista per metà ottobre - l'intervento tecnico di Giuseppe Filetti, già dirigente del Servizio geologico regionale

16 Settembre 2026, 04:00

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Tondo Gioeni a Catania, il “rain garden” come laboratorio di civiltà idrologica urbana

Nel dibattito pubblico catanese, quando si parla di gestione delle acque meteoriche, da qualche voce isolata emerge una tensione tra approcci tradizionali e nuove strategie. È una tensione comprensibile: si tratta di integrare (non sostituire) un modello di smaltimento rapido delle acque con un’altra metodologia, ossia un modello che le trattiene, le filtra e le restituisce al sottosuolo. Proprio in questo passaggio si colloca l’intervento previsto al Tondo Gioeni

L’intervento nasce all’interno del programma europeo Horizon Europe, nell’ambito del progetto Cardimed, che coinvolge decine di comunità e decine di soluzioni basate sulla natura (Nature-Based Solutions). Non si tratta dunque di un esperimento estemporaneo, ma di una delle 83 applicazioni in 10 regioni europee, progettate per affrontare in modo sistemico le sfide climatiche urbane.

Il partenariato che ha condotto alla definizione dell’intervento include Università di Catania e Comune di Catania,  in un quadro coerente con il ruolo istituzionale della Regione: promuovere e diffondere i principi di drenaggio urbano sostenibile (SuDS) e di invarianza idrologica e idraulica, sanciti dalla normativa regionale e dall’Autorità di Bacino.

Il rain garden (o giardino della pioggia) del Tondo Gioeni non è stato concepito per assorbire l’intero deflusso urbano. Sarebbe tecnicamente improprio e concettualmente fuorviante attribuirgli questa funzione. Lo stesso progetto chiarisce che si tratta di un intervento a scala dimostrativa, in grado di intercettare solo una quota limitata dei volumi d’acqua piovana provenienti da un bacino di circa 110 ettari. È, in altre parole, un primo passo: un dispositivo che consente di testare sul campo un modello replicabile, non una soluzione totale e risolutiva.

Il sistema è articolato secondo una logica ormai consolidata nelle migliori pratiche europee:

  • intercettazione delle acque di ruscellamento superficiale; 
  • trattamento tramite bioritenzione, con benefici ambientali (riduzione degli inquinanti, miglioramento della qualità delle acque); 
  • smaltimento finale per infiltrazione controllata nell’area a verde. 

Le indagini geognostiche condotte preventivamente dal Comune di Catania confermano condizioni particolarmente favorevoli: nei primi metri è presente materiale di riporto vulcanico, seguito da lave fessurate e livelli di scorie e vulcanoclastiti di altra natura, fino a profondità superiori ai 15 metri . Questa stratigrafia garantisce una buona capacità di assorbimento e dispersione verticale, senza fenomeni di circolazione turbolenta. L’infiltrazione avviene infatti in modo lento e progressivo: su una scala indicativa, la percolazione lungo i primi 15 metri può avvenire in un intervallo temporale che varia da alcune ore a diversi giorni (K, coefficiente di permeabilità variabile sulla verticale da 10-3 m/s a 10-4), in funzione della permeabilità verticale degli strati di natura vulcanica .

Proprio perché si tratta di un progetto pilota, esso è accompagnato da un sistema di monitoraggio idrologico e idraulico . Questo è il punto chiave: l’innovazione, quando è seria, non procede per proclamazioni ma per verifica continua. Il monitoraggio serve a:

  • individuare eventuali criticità; 
  • correggere il sistema in tempo reale; 
  • costruire un modello replicabile su scala urbana. 

È esattamente così che si costruisce una politica pubblica moderna: per progressivi affinamenti, non per giudizi aprioristici. Catania dimostra in tale iniziativa l’intenzione di iniziare un percorso virtuoso, con l’obiettivo di creare integrazioni serie ai suoi sistemi di drenaggio classico la cui efficacia purtroppo non basta ad evitare i traumi della violenta circolazione idrica lungo gli assi viari nord-sud, in particolare l’asse di via Etnea. 

ll nuovo Pug di Catania (Piano urbanistico generale) dovrà assumere la compatibilità idraulica non come un adempimento formale, ma come uno dei propri assi ordinatori fondamentali, attraverso lo specifico studio previsto dal D.A. n. 117 del 7 luglio 2021. Ciò vale ancor più in ragione della funzione centrale che Catania svolge nell’intera area metropolitana: città baricentrica per popolazione, servizi, infrastrutture e intensità insediativa, ma anche, ahimè, recettore finale dei deflussi provenienti dai territori posti idraulicamente a monte. Proprio per questa posizione terminale e strategica, ogni scelta urbanistica compiuta a Catania assume un rilievo che travalica il perimetro comunale e investe l’equilibrio dell’intero sistema metropolitano. In tale prospettiva, il D.D.G. 102/2021 della Regione Siciliana fissa un indirizzo chiaro e moderno, stabilendo che la gestione delle acque meteoriche debba conformarsi al principio di invarianza idraulica e incentivando esplicitamente l’impiego dei sistemi di drenaggio urbano sostenibile, là dove afferma la necessità di “…favorire ed incrementare ove possibile l’infiltrazione locale delle acque meteoriche, promuovendo tutte quelle soluzioni che incrementano il drenaggio sostenibile (SUDS), migliorando la condizione di permeabilità superficiale e incentivando la raccolta separata…”. Ne consegue che il PUG di Catania dovrà porsi come strumento guida non solo per mitigare il rischio idraulico locale, ma anche per riaffermare, nel cuore dell’area metropolitana, un modello urbanistico capace di ricucire il rapporto tra suolo, acqua e città, correggendo progressivamente gli effetti di decenni di impermeabilizzazione diffusa.

Ridurre questo intervento a un oggetto isolato significa non coglierne il significato profondo. Il punto non è il singolo rain garden, ma il cambio di paradigma: passare da città che subiscono il ruscellamento parossistico incontrollato, a città che la gestiscono, la trattengono e la reintegrano nel ciclo naturale. Decenni di impermeabilizzazione hanno sottratto al suolo vulcanico dell’area etnea la sua funzione originaria di assorbimento. Interventi come questo mirano a restituire gradualmente quella funzione, in modo diffuso e integrato.

Chi considera queste soluzioni “sperimentali” dovrebbe guardarsi attorno.

In Italia, città tra le più avanzate sul piano della gestione idraulica urbana stanno adottando da anni sistemi SuDS:

  • Milano, con il progetto “Città Spugna”, che diffonde rain garden e superfici drenanti nei quartieri urbani; 
  • Bologna, con interventi diffusi di deimpermeabilizzazione e gestione sostenibile delle acque meteoriche; 
  • Padova, tra le prime a integrare sistemi di infiltrazione e laminazione nei nuovi comparti urbani; 
  • Torino, con strategie di adattamento climatico basate su Nature-Based Solutions. 

In tutte queste esperienze, il principio è lo stesso: ridurre il deflusso superficiale e restituire acqua al suolo. Catania, con il Tondo Gioeni,  sta semplicemente iniziando un percorso virtuoso già intrapreso altrove.

È di questi giorni l’evocazione da voce isolata di scenari davvero allarmistici su tale iniziativa progettuale. lo sguardo dovrebbe rivolgersi altrove: alle scelte storiche di convogliare enormi volumi d’acqua verso grandi collettori e scarichi a mare, con tutte le conseguenze che ciò può avere sul dissesto idrogeologico, sulla vulnerabilità idraulica e sulla qualità ambientale: basta pensare alla folle idea di trasferire le acque del versante meridionale dell’Etna nel bacino del T. Cubba con tutti i rischi idrogeologici conseguenti legati alla sua dissestabilità geomorfologica del bacino, con tutto il suo corredo di frane attive e in equilibrio precario, e l’aumento esponenziale del potenziale di esondazione del canale Buttaceto (prosecuzione a valle, fino al mare del T. Cubba), asse di spina dell’area industriale di Catania!!!

In questo quadro, l’infiltrazione controllata e monitorata appare per ciò che è: una pratica prudente, reversibile e tecnicamente governabile.

Il rain garden del Tondo Gioeni non è una soluzione miracolosa, ma qualcosa di più serio: un atto di sperimentazione consapevole, inserito in una strategia europea e regionale, fondato su indagini tecniche e accompagnato da monitoraggio.

Trasformarlo in un problema prima ancora di valutarne i risultati significa perdere il senso delle proporzioni. E, forse, anche quello della tecnica che merita rigore. L’allarmismo, da solo, non è ancora ingegneria, geotecnica, geologia.

 di Giuseppe Filetti (già dirigente del Servizio Geologico Regionale – Sicilia Orientale)