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Passo Martino

«Sacrificio ambientale imposto al territorio»: la Regione dice "no" all'impianto etneo per produrre biometano dai rifiuti

In contrada Milisinni la società Biometan voleva realizzare una struttura in grado di raccogliere il gas naturale dall'organico della raccolta differenziata. Ma il parere è negativo

21 Luglio 2026, 06:24

06:30

«Sacrificio ambientale imposto al territorio»: la Regione dice "no" all'impianto etneo per produrre biometano dai rifiuti

La Regione ha detto “no”. Dopo essere stata rimproverata per avere serbato un silenzio ritenuto illegittimo, alla fine ha parlato: il giudizio di compatibilità ambientale per la modifica sostanziale dell’impianto di compostaggio della società Biometan, in contrada Milisinni, è negativo. Dunque, almeno per ora, la proposta della società è bloccata: niente impianto per la produzione di biometano dall’organico raccolto con la differenziata nelle città siciliane.

Nel 2024, la società Biometan presenta una proposta di modifica sostanziale dell’impianto di compostaggio della Rem srl, in zona Passo Martino, di cui ha acquistato il ramo d’azienda. La società, costituita nel 2023, era prima formalmente nel circuito delle imprese riconducibili alla famiglia Caruso di Paternò. Da giugno 2026, la proprietà è transitata a una società che si chiama Vesta srl, interamente riconducibile all’imprenditrice siracusana Daniela Pisasale, ex compagna di Emanuele Caruso, coinvolta con lui nel 2020 in uno scandalo di mazzette sulla discarica di Bellolampo, a Palermo.

Mentre gli assetti societari cambiavano, andavano avanti invece le pratiche per «la conversione di una parte dell’impianto esistente per la realizzazione di una linea di produzione di biometano da rifiuti organici, che va a integrarsi con l’attuale attività di compostaggio». Valore totale delle opere da realizzare: 28.281.017,03 euro.

L’iter, però, si rivela più complicato del previsto. Presentata il 27 giugno 2024 l’istanza di attivazione della procedura per ottenere, dal dipartimento Ambiente della Regione Siciliana, il Provvedimento autorizzatorio unico regionale (Paur), dagli uffici non arrivano risposte finché a sollecitarle non sono i giudici amministrativi del Tar di Catania. Cui l’azienda è costretta a fare ricorso. Sono loro a prendersela con la Regione, per un silenzio-diniego che non c’era ragione di serbare, sostengono i magistrati nel 2025. Sollecitati poi, di nuovo, nel 2026: il semplice avvio dell’istruttoria non vale come ottemperanza di una sentenza che stigmatizzava le lungaggini burocratiche. Il Tar, quindi, è costretto a nominare un commissario ad acta affinchè gli uffici concludano l’iter. Ad aprile viene nominato il commissario, mentre l’udienza per la trattazione della richiesta di risarcimento del danno viene fissata per gennaio 2027.

È in questo clima che, il 29 maggio 2026, arriva il Parere istruttorio conclusivo della Commissione tecnico-specialistica della Regione Siciliana, l’organismo consultivo chiamato a coadiuvare l’assessorato nelle sue decisioni. E il parere della Cts è tutto fuorché favorevole ai privati. Intanto perché a essere contraria all’impianto per il biometano è direttamente la Snam (Società nazionale metanodotti), colosso europeo del trasporto del gas naturale. Dice Snam: «L’opera in progetto interferisce con il nostro gasdotto preesistente». E dunque, lì vicino, «nessun lavoro potrà essere intrapreso senza preventiva formale autorizzazione da parte di Snam Rete Gas spa».

Il parere della Cts, poi, ricorda che alcune ispezioni dell’Arpa nel sito di progetto, precedenti all’attivazione della richiesta di modifica dell’impianto, avevano evidenziato criticità piuttosto rilevanti. Inoltre, sottolineano sempre i tecnici della Regione, «precedentemente il suddetto impianto è stato sottoposto a sequestro per gravi irregolarità e reati ambientali legati allo sversamento di reflui nell’adiacente fiume Dittaino». Il riferimento è a un’indagine della procura di Catania del 2023, che si è conclusa a dicembre 2023 con un’archiviazione per gli amministratori dell’epoca della società Rem srl, da cui Biometan ha comprato il ramo d’azienda legato all’impianto di contrada Milisinni, un ex macello riconvertito.

Sottolinea la Cts che la struttura si trova in parte in una zona ritenuta a «rischio molto elevato» per le alluvioni, a meno di due chilometri dalla Zps (Zona di protezione speciale) del Biviere di Lentini e a meno di 600 metri da alcuni insediamenti abitativi («case sparse»). E ci sono, poi, il vincolo della vicinanza con l'aeroporto di Catania e, ancora di più, con quello militare di Sigonella. Tutti elementi ritenuti penalizzanti per l’eventuale autorizzazione.

Ricorda ancora la Commissione: delle 21 criticità sollevate, le risposte dell’azienda non hanno aiutato a superarne nove, di carattere ambientale. Secondo gli esperti, i riferimenti alle Bat (Best available technologies) sono troppo generici, non si capisce quali siano applicate e dove; e «non è possibile escludere la presenza di impatti significativi sulle componenti ambientali e rispetto ai criteri di localizzazione».

Insomma, conclude la Cts: «Risulta che l’Alternativa zero (la non realizzazione di un'opera) risulta preferibile al sacrificio ambientale imposto al territorio e connesso alla realizzazione della modifica sostanziale e rilevante dell’impianto in oggetto». Né i privati hanno dimostrato che la loro proposta sia la soluzione più efficiente tra quelle possibili. Un parere che è, praticamente, una pietra tombale. Tant’è che l’assessorato Territorio e ambiente, il 10 luglio, decide di sbarrare la strada all'iniziativa.