Il processo
«Sì» alla giustizia riparativa per Martina Patti che ha ucciso la figlia Elena: cosa significa e come funziona
La Corte d'Assise d'Appello di Catania apre un percorso inedito per la madre assassina di Mascalucia: niente incontro con i familiari, ma con una "vittima surrogata"
Elena Del Pozzo il prossimo 12 luglio avrebbe compiuto nove anni. Ma la madre, Martina Patti, il 13 giugno 2022 ha deciso di massacrarla a coltellate e poi di seppellirla in un terreno di sabbia lavica a pochi passi dalla villetta dove tutte e due vivevano. A Mascalucia, alle falde dell’Etna. I carabinieri hanno trovato il corpicino della piccola all’interno di alcuni sacchi neri. Aveva solo una maglietta gialla e nient’altro. Un delitto efferato che ha fatto tremare e commuovere l’Italia intera.
Martina Patti quell’infanticidio lo ha confessato. Ma prima ha tentato di depistare tutti: familiari e investigatori. Disse che Elena era stata rapita da un commando armato. La tragica ammissione è arrivata solo dopo una lunga notte in caserma. «Papà, Elena non c’è più», ha detto al padre e poi ai carabinieri che hanno avviato le ricerche del cadavere.
Quattro anni dopo, alla vigilia del compleanno della piccola, è stata pronunciata la decisione della Corte d’Assise d’Appello di Catania che apre un nuovo corso del processo a carico di Martina Patti, già condannata a 30 anni in primo grado. «L’imputata è ammessa alla giustizia riparativa». Ieri mattina la presidente Giuliana Fichera ha letto una lunghissima ordinanza con cui ha spiegato i motivi per cui ha accolto l’istanza presentata dai difensori di Patti, gli avvocati Tommaso Tamburino e Gabriele Celesti, nonostante il parere contrario manifestato nelle scorse udienze dal sostituto Pg Agata Consoli e dall’avvocato di parte civile, Barbara Ronsisvalle che rappresenta il papà Alessandro Del Pozzo e i nonni paterni della piccola assassinata. Il percorso riparativo l’imputata non lo farà con i familiari di Elena ma con una vittima surrogata.
Partiamo dalla fine. La Corte d’Assise d’Appello di Catania ha disposto «l’invio dell’imputata al centro per la giustizia riparativa territorialmente competente per l’avvio del programma di giustizia riparativa». E inoltre ha stabilito «che i mediatori trasmettano a questa autorità giudiziaria comunicazione sullo stato e sui tempi del programma entro il termine del 13 settembre 2026, segnalando l’assoluta urgenza trattandosi di imputata sottoposta a custodia cautelare».
Il 14 settembre si svolgerà la prossima udienza. E in quella sede si conoscerà quale centro si sarà preso carico dell’organizzazione degli incontri, che avverranno all’interno del carcere dove Patti è detenuta, con la vittima. Ma in questo caso, considerando il rifiuto da parte del papà e dei nonni di Elena di accettare il confronto con Martina Patti, il mediatore dovrà individuare un’altra vittima (surrogata appunto) che possa affrontare questo percorso. «Va precisato - argomenta la Corte - che nessun rilievo preclusivo assume la mancanza di disponibilità della persona offesa a partecipare al programma riparativo. Non solo l’accesso al programma è volontario e facoltativo per tutti gli interessati, compresa la vittima del reato, ma è altresì specificatamente previsto che detto programma possa svolgersi anche con la vittima cosiddetta “aspecifica” o “surrogata”, cioè con la vittima di un reato diverso da quello cui si procede. La Suprema Corte - spiegano i giudici - si è chiaramente espressa nel senso dell’irrilevanza della mancata acquisizione, in fase di ammissione, del consenso della parte offesa. Invero in tema di giustizia riparativa, il mancato consenso della persona offesa non è idoneo a precludere l’accesso del richiedente al programma riparativo, ben potendo questi svolgersi anche con la vittima surrogata».
La Corte d’Assise d’Appello, evidenziando che il programma riparativo è accessibile senza alcuna limitazione in relazione alla fattispecie del reato e alla sua gravità, ha evidenziato che nel caso di Martina Patti si presentano tutti i presupposti per l’accoglimento. Per primo «deve escludersi alcun pericolo concreto per l’accertamento del fatto-reato. Patti si è già riconosciuta autrice». Inoltre si esclude «alcun pericolo concreto di vittimizzazione secondaria» per i familiari della vittima. Ultimo aspetto, e forse il più importante, i giudici d’Assise di secondo grado sono convinti dell’utilità dell’avvio del programma riparativo: «Non può ignorarsi la giovane età dell’imputata (28 anni), cui si ricollega una concreta prospettiva di reinserimento sociale». Infatti la Corte rileva che «il percorso dialogico sarebbe certamente utile all’autrice dell’offesa, nel senso della sua responsabilizzazione, promuovendo la rielaborazione del delitto, dei motivi che ne sono alla base, e di tutte le conseguenze, nonché il riconoscimento dei fatti essenziali della vicenda e del complesso di danni emotivi, mentali, fisici prodotti, al punto da far crescere un concetto di responsabilità verso la vittima e verso tutte le persone offese, e da farle avere l’esigenza di riparare all’offesa cagionata, nella sua dimensione globale; il tutto nella prospettiva di una ricomposizione della frattura sociale prodotta dal fatto illecito e della ricostituzione dei legami con la comunità».
«Quest’ordinanza, che è una delle prime in questa materia in Italia, farà sicuramente giurisprudenza», ha commentato il difensore, Tommaso Tamburino.
Il processo d’appello, comunque, andrà avanti. E la Corte, dopo aver ascoltato le parti, dovrà emettere un verdetto.
