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Insularità riconosciuta dall'Ue: cosa cambia davvero per siciliani e imprese

Dai noli marittimi alle bollette, dallo spopolamento alla blue economy: ecco dove potrebbero arrivare i fondi europei e cosa resta ancora da costruire

16 Giugno 2026, 07:47

14:36

Insularità riconosciuta dall'Ue: cosa cambia davvero per siciliani e imprese

Millecinquecento milioni di euro sul tavolo, una strategia che porta il nome delle isole per la prima volta nella storia di Bruxelles, e una certificazione ufficiale di quello che ogni siciliano conosce da sempre: stare su un'isola costa. Costa in senso letterale — alle imprese, alle famiglie, ai giovani che se ne vanno. Costa, secondo lo studio commissionato dalla Regione Siciliana, circa 6,54 miliardi di euro l'anno, pari al 7,4 per cento del PIL regionale. Ovvero, una sorta di tassa occulta quantificabile, per ogni residente, in 1.308 euro annui. Neonati compresi.

Adesso l'Europa ha deciso di fare i conti con questa realtà. Il 10 giugno la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha adottato, per la prima volta nella storia comunitaria, una "Strategia per le isole europee" coordinata con un "Piano per le zone costiere". Non un documento di principio, ma un pacchetto con una dote iniziale di 1,5 miliardi di euro — frutto della revisione di medio termine dei fondi di Coesione — distribuibile tra cinque priorità: competitività e decarbonizzazione, difesa, alloggi accessibili, resilienza idrica e transizione energetica. A queste risorse, ciascuno Stato e ciascuna Regione potrà aggiungere proprie quote rimodulando la programmazione dei fondi FESR, FSE+ e Coesione.

Il vicepresidente esecutivo della Commissione, Raffaele Fitto, ha sintetizzato l'obiettivo con una formula che vale la pena tenere a mente, perché sarà il parametro con cui misurare i risultati nei prossimi anni: «Trasformare gli ostacoli in opportunità, rendendo questi territori fondamentali per un'Europa sostenibile e competitiva». Per la Sicilia — l'isola più grande del Mediterraneo, e dello stesso mercato unico europeo — la traduzione pratica di quella frase è ancora tutta da scrivere. Ma i capitoli su cui si dovrà scrivere sono chiari.

I noli e il costo di fare impresa

Il problema più immediato, e più misurabile, riguarda le merci. Secondo la stima regionale sui costi dell'insularità, i costi di trasporto in Sicilia sono superiori alla media nazionale con differenziali tra il 50,7 e il 58,8 per cento, a seconda dei criteri di calcolo: in nessun'altra regione italiana distribuire prodotti sul territorio costa quanto qui. A questa penalità strutturale si aggiunge una complicazione più recente: i noli marittimi sulle tratte da e per Sicilia e Sardegna hanno subito rincari significativi anche per effetto dell'ETS marittimo europeo, con impatti diretti sulle attività produttive e sui consumatori. L'eurodeputato di Forza Italia Marco Falcone ha già presentato un'interrogazione a Bruxelles chiedendo maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi e misure compensative dedicate.

La nuova strategia comunitaria punta esplicitamente a colmare questi divari di connettività, sostenendo la diversificazione dell'economia locale, la digitalizzazione e il turismo sostenibile. Ma le imprese siciliane sanno che i fondi europei, senza una catena di attuazione efficiente — dalla programmazione regionale ai bandi, dai progetti all'erogazione — rischiano di diventare un'altra promessa che si dissolve nella burocrazia.

I giovani che partono (e i miliardi che vanno via con loro)

Il secondo fronte è demografico, e in Sicilia assume contorni drammatici. Secondo i dati Istat, la Sicilia è scesa sotto i 4,8 milioni di residenti, con un saldo naturale negativo: oltre 21 mila decessi in più rispetto alle nascite in un solo anno. A questo si aggiunge un'emigrazione che non accenna a fermarsi. Negli ultimi dieci anni oltre 56 mila laureati siciliani hanno abbandonato l'isola. In Sicilia solo due giovani su dieci sotto i 40 anni sono laureati, contro il doppio al Centro-Nord. Tra il 2022 e il 2024, altri 13 mila giovani siciliani hanno lasciato direttamente l'Italia per lavorare all'estero.

La Svimez stima in 6,8 miliardi di euro l'anno il costo della mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord, a cui si aggiungono circa 1,1 miliardi annui legati alle migrazioni estere. Campania e Sicilia generano quasi la metà del flusso studentesco verso gli atenei del Nord, con punte del 21 per cento nelle discipline Stem.

Per provare a invertire questa tendenza, la Regione ha recentemente approvato un meccanismo di rimborso Irpef fino al 50 per cento per chi si trasferisce dall'estero e stabilisce in Sicilia il proprio domicilio fiscale, con un incremento al 60 per cento nei Comuni con meno di 5mila abitanti. La strategia europea, da parte sua, punta a rafforzare proprio quei servizi pubblici — sanità, istruzione, edilizia abitativa — la cui inadeguatezza spinge i siciliani a guardare altrove.

Energia, acqua, blue economy: le partite aperte

Sul fronte energetico, la Sicilia è al centro di una contraddizione evidente: produce energie rinnovabili, ospita impianti, esporta elettricità verso il continente, ma paga tariffe che non riflettono questa abbondanza. La strategia comunitaria prevede azioni specifiche per accelerare la decarbonizzazione e lo sviluppo delle rinnovabili nelle isole, con attenzione alla sicurezza energetica come leva di competitività. È uno dei punti su cui il presidente della Regione, Renato Schifani, ha già sottolineato il ritardo: nella relazione consegnata alla commissione bicamerale per l'insularità nel 2024, Schifani citava l'energia come caso "emblematico dell'ancora inadeguato livello di considerazione del principio di coesione insulare".

Sul fronte marittimo, la nuova strategia introduce strumenti potenzialmente rilevanti per la Sicilia costiera: il sostegno al pescaturismo come fonte di reddito aggiuntivo per i pescatori, lo sviluppo della bioeconomia blufertilizzanti da alghe, biomateriali dall'acquacoltura — e un sistema di certificazione per i cosiddetti "crediti di carbonio blu", che remunererebbe chi protegge gli ecosistemi marini. Strumenti ancora tutti da tradurre in realtà operativa, ma che aprono possibilità concrete per una costa lunga oltre mille chilometri.

Chi ha vinto questa partita, e cosa resta da fare

Il merito politico di questo risultato appartiene a un percorso lungo quasi un decennio, avviato nel 2020 dall'allora  vicepresidente della Regione Siciliana e assessore all'Economia Gaetano Armao. L'Assemblea Regionale Siciliana nel febbraio 2020 approvò la legge-voto per il riconoscimento costituzionale dell'insularità, la legge costituzionale n. 2 del 2022 che lo introdusse nella Carta e si arriva alla consultazione pubblica più partecipata nella storia di Bruxelles - alla quale hanno contribuito Regione Siciliana, Confindustria, Comune di Palermo, Comune di Lampedusa, le tre Autorità di sistema portuale, i pescatori di Pantelleria e decine di altri soggetti isolani.

«Per la prima volta l'Unione europea riconosce in modo organico le specificità dell'insularità», ha detto l'eurodeputato Ruggero Razza (FdI-Ecr), che ha fatto della questione una bandiera personale. «Per le isole del Mediterraneo come la Sicilia, significa portare al centro dell'agenda europea temi decisivi come connettività, sicurezza energetica, servizi e contrasto allo spopolamento

Riconoscimento storico, dunque. Ma la storia, in Sicilia, ha l'abitudine di produrre diritti che restano sulla carta più a lungo del necessario. La strategia europea c'è, i miliardi iniziali ci sono, la cornice giuridica è finalmente completa. Adesso il passaggio decisivo è uno solo: che i fondi arrivino, in tempi ragionevoli, a chi produce, a chi pesca, a chi vorrebbe restare.