Il tentato omicidio
La lite col nipote di Nino cammisa. «Io gli ho sparato nei piedi, mio fratello voleva ammazzarlo»
Le carte del blitz contro i Mazzei. Due anni fa, dopo Ferragosto, viale Bummacaro diventò come il Far West
Il 18 agosto 2024 il viale Bummacaro si trasforma in un set del vecchio West. «Lo ammazzo io, lo ammazzo io ... più tardi lo ammazzo io», si sente gridare fra la gente al civico 10. Poi si sente il rumore inconfondibile degli spari. «Non uscite, non uscite», grida qualcuno dalle finestre. Una donna chiama immediatamente al 112 Numero unico. Quando gli investigatori arrivano sul posto trovano «una pistola semiautomatica, scarica e senza caricatore, una pistola semiautomatica con caricatore rifornito con due cartucce e un bossolo in canna, due proiettili impattati e sette bossoli percossi». Il gip annota inoltre: «Nel piazzale antistante l'ingresso del complesso condominiale si accerta la presenza di un'auto con cinque fori».
Qualche giorno dopo le risposte a quello che è accaduto arrivano dalle intercettazioni che sono attive nell’ambito dell’inchiesta sui Mazzei. Il quadro accusatorio porta ai nomi di Francesco Agatino e Pietro Lorenzo Grasso. I due hanno organizzato una vendetta contro Antonino Di Stefano, che nei dialoghi chiamano «figlio di Nino Cammisa, Cappello», ma in realtà è il nipote del defunto boss. Gli indagati per il tentato omicidio sono i figli di Carmelo Grasso, detto “Charlie”, uno degli uomini chiave del traffico di droga dei «carcagnusi». Il padre affronta le conseguenze della sparatoria e discute «con esponenti del clan Cappello-Bonaccorsi». Pietro Grasso avrebbe avuto un litigio con Di Stefano junior e il fratello Francesco, per vendicare l'offesa subita, avrebbe organizzato una spedizione punitiva a colpi di pistolettate. Carmelo Grasso si sfoga con i parenti: «Che Francesco ha sparato! Ora dice "bonu chiù", basta più... glielo puoi dire a tuo figlio! Gli ho detto la prossima volta non alzate le mani!... Non alzate più le mani... Noi altri non ci spaventiamo di nessuno»
Il gip Barone nell’ordinanza riassume il movente: «La causa che aveva scatenato la reazione armata da parte dei fratelli Grasso era una lite, avvenuta qualche giorno prima, nel corso della quale, Pietro Lorenzo aveva ricevuto un pugno sul volto». Gli investigatori riescono a ricostruire l'intera vicenda grazie alle conversazioni captate sul telefonino di Grasso senior, che per una strana coincidenza è usato dal figlio Francesco. «Io ci sono andato a sparare a casa a questo».
L'avvertimento di fuoco scatena un contrasto con il clan Cappello-Bonaccorsi. Ciccio Grasso continua a parlare con un'altra persona: «Tre giorni fa gli hanno dato un pugno in faccia, loro gli hanno dato un pugno in faccia e io ci sono andato a sparare a casa a questo. Tu lo sai che mi sono acchiappato con la famiglia Cappello?». Ma dalla conversazione emerge che a sparare sia stato anche Pietro Grasso. «Io gli ho sparato nei piedi, lui c'è andato per ammazzarlo, ha sparato 10 colpi ad altezza uomo quasi nella testa ad ammazzarlo in diretta...», racconta ancora al telefono Ciccio Grasso. Il fratello insomma sarebbe andato a Librino con il chiaro intento di uccidere il nipote di Nino “cammisa”. Una reazione, ritenuta dai vecchi del clan, fin troppo estrema per un'aggressione subita. E che davvero ha rischiato di scatenare una faida mafiosa.
Il padre dei due pistoleri per tentare di appianare tutto chiama Giovanni “cammisa”, genitore della vittima designata. La guerra non scoppia fra i due clan. Forse, quindi, il faccia a faccia a casa di “Charlie” Grasso è servito.
