Il dossier
Dispersione scolastica e criminalità giovanile: Catania detiene il primato nazionale
Incontro al circolo Olga Benario: ogni anno entrano nel circuito penale 1.200-1.300 ragazzi. "Subito politiche mirate"
“Che ne faremo dei nostri ragazzi?”. Una domanda fondamentale in una città come Catania in cui si registra il drammatico primato italiano della dispersione scolastica e della criminalità giovanile, fenomeni da decenni strettamente correlati tra loro e con il territorio. Ogni anno entrano nel circuito penale 1200-1300 ragazzi, tanti quanti a Napoli che ha una popolazione giovanile quadrupla rispetto alla nostra. E si tratta di giovani che vengono sempre dagli stessi quartieri: San Cristoforo, San Giovanni Galermo, Librino. Questo significa che dietro il tema della povertà educativa - di cui si è discusso al circolo Olga Benario - si nasconde un’enorme questione sociale, che è poi una questione di classe, fondamentale per il destino della nostra città.
Dal dossier elaborato dal prof. Antonio Fisichella emerge che la dispersione scolastica tra i giovani dai 18 ai 24 anni è del 23%, che il tasso di abbandono e di bocciature è del 15%, che solo il 13% dei bambini delle elementari usufruisce del tempo pieno (a Firenze, che ha la stessa popolazione scolastica, sono il 90%), e che solo il 13% dei piccoli da 0 a 3 anni può usufruire di un asilo nido. Dati vergognosi, inaccettabili, per modificare i quali si fa poco o nulla. C’è un progetto per accogliere in semiconvitto 500 ragazzi dopo l’orario scolastico, ma così i più emarginati stanno solo fra di loro, sono ghettizzati. A San Cristoforo 9,5 milioni del decreto Caivano sono stati investiti non in progetti sociali e di tempo studio, ma per demolire la scuola Dusmet-Doria e ricostruirla a 30 metri di distanza. Forse - ipotizza qualcuno - perché dà fastidio ai futuri progetti di riuso del vecchio cementificio e per “abbellire” una futura passeggiata turistica verso il centro in una zona di città a forte rischio di espulsione di massa della popolazione. Per non dire che la scuola si poteva, comunque, ricostruire con altri fondi, anche quelli del Pnrr.
Anche il recente report di Save the Children - come spiega Alessio Fasulo - giunge ad analoghe conclusioni. Sono state individuate 7 aree di disagio urbano (Adu) dove vivono 6.600 minori da 0 a 17 anni, il 13,5% della popolazione di questa fascia. In queste aree si concentrano le famiglie in situazione di povertà estrema, la dispersione scolastica e i Neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. Dalle interviste con i ragazzi emerge che lo stigma territoriale si trasforma in stigma personale per cui un ragazzo/a su tre è deriso per il fatto di vivere in queste aree. Eppure questi giovani non vogliono cambiare quartiere, vogliono cambiarlo, migliorarlo. Amano il loro quartiere che considerano fonte di senso e di crescita. Un valore da cui partire per la rigenerazione urbana «che non è ristrutturazione urbana». «Bisogna partire da questi luoghi, con la partecipazione dei ragazzi, se vogliano rigenerare la città». E per farlo sono necessari interventi strutturali di medio e lungo periodo, non interventi spot.»
Nei quartieri ci vuole pulizia, illuminazione pubblica, sicurezza, trasporti, spazi di socialità, palestre, luoghi di arte, musica, cultura. E ci vogliono - sottolinea Mario Spampinato - centri di servizio sociale (da 18, distribuiti in tutta la città, sono passati a 2, in via Colombo e a Barriera) e assistenti sociali («andavano assunte loro, anziché vigili urbani deputati a fare multe»). E alla scuola e alla rigenerazione dei quartieri periferici andavano destinate le risorse del Pnrr che invece sono state spese per abbellire il centro, la città-vetrina per i turisti. «30 dei 70 milioni dei Piani urbani integrati (Pui) sono stati destinati ad abbellire corso Sicilia, la Civita, le piazze Majorana e Lupo (dove è stata abbattuta la palestra-centro sociale per fare un parcheggio), e a realizzare il parco tra via Maddem e via Ventimiglia».
Un modello sbagliato di città cui vengono contrapposte altre priorità a partire dalla centralità delle scuole. «Queste - secondo Luca Cangemi - dovrebbero diventare il punto unificante delle varie battaglie sociali, dovrebbero essere aperte dalla mattina alla sera per garantire più tempo scuola per sviluppare le conoscenze e la socializzazione. Occorre spostare l’aggregazione dalle piazze di spaccio alle scuole, alle palestre, ai centri sociali. Occorrono politiche strutturali e partecipazione giovanile». «Per tutto questo - dicono i relatori - è necessaria una forte mobilitazione sociale a partire da alcuni obiettivi da realizzare quali, per esempio, l’impegno a portare il tempo pieno dal 13% al 30% in due anni e fermare la demolizione della scuola di San Cristoforo».