il personaggio
Tony Rapisarda: il lungo sprint del "ragazzo di fuoco"
L'entusiasmante storia vissuta fra Italia e Francia da un campione del podismo: grazie alla corsa ha saputo mettersi alle spalle la miseria e oggi è diventato anche un apprezzato scrittore
Corre, corre, corre. Antonio “Tony” Rapisarda - 61 anni compiuti, gran parte dei quali trascorsi con le scarpette da running ai piedi - non si ferma mai. Anche metaforicamente. Originario di Belpasso, una carriera da podista segnata dagli inizi sfolgoranti ai piedi dell’Etna, appena maggiorenne si è trasferito in Francia, a Lille, dove ha affrontato anche la miseria più nera. Oggi si ritrova direttore di un istituto bancario a Nizza e continua a correre. E a sognare. Coltivando in un angolino del proprio cuore la terra che gli ha dato i natali. “È così – conferma Rapisarda, battendosi la mano sul petto all’altezza del cuore – io la Sicilia la porto qui e in Sicilia continuo a tornare. Al tempo stesso, però, non smetto di inseguire i miei sogni. E, per fortuna, qualcuno riesco ancora ad acciuffarlo”.
L’ultimo è un libro pubblicato in Francia e che adesso è pronto a spiccare il volo anche in Italia: Il ragazzo di fuoco, che ha già cominciato il ciclo delle presentazioni e che nel fine settimana ha voluto far conoscere ai suoi ex compagni di squadra della Libertas, a Catania.
“Ed è stata una grande gioia incontrarli ancora. È la storia della mia vita. Il libro in Francia ha avuto e sta avendo ancora un buon successo. Mi auguro che accada lo stesso anche in Italia. Anche per questo sono a Catania. Per questo e per tornare a Belpasso da mio padre. Al quale devo comunque tanto e che ha permesso di realizzare alcuni dei miei sogni, anche quando le mie qualità di runner non si erano manifestate del tutto”.
Come è cominciata la sua… corsa?
“A dodici anni, a Belpasso. Presi parte a una campestre vicino alla scuola e feci molto bene. Venni notato da un gruppo di netturbini del mio comune, che erano soliti andare a fare running tutti insieme. Fra di loro c’erano pure dei ladruncoli che, quando avevo otto anni, avevano rubato i cappellini di lana che mia madre aveva confezionato per me e mio fratello, in inverno, per difenderci dal freddo dell’Etna. Ciò nonostante accettai l’invito, partecipai a una edizione della Belpasso-Etna e lì, arrivando fra i primi, fui notato dal professore Alfredo Cazzetta, ai tempi uno dei tecnici di punta della Libertas Catania di Marco Mannisi. Con Cazzetta siamo rimasti in contatto e quando rientro in Sicilia incontro anche lui”.
Non fu lui, però, il suo primo allenatore.
“No. Ma lui ebbe il merito di convincere mio padre a farmi cominciare questa avventura sportiva. Ci volle un anno. Ma alla fine mio padre mi diede il via libera e io venni affidato, essendo Allievo, alle cure di Vito Riolo. Ciò prima di essere seguito a pieno titolo da chi aveva creduto in me. I risultati non sono mancati: il titolo italiano Allievi, il record italiano di categoria nei 1.500 e pure il record sulla mezz’ora di corsa che qualcuno assicura essere ancora mio con diecimila e 29 metri. A 17 anni fui campione italiano juniores, venni convocato dai tecnici della Nazionale azzurra per i campionati mondiali di campestre, in Finlandia, e mi ritrovai nella stessa stanza d’albergo con Gelindo Bordin, poi divenuto campione olimpico di maratona a Seul”.
Il destino aveva in serbo, però, una delle sue tante sorprese.
“È vero, perché durante una manifestazione internazionale, a 19 anni, incontrai Claudia, una ginnasta di Lille con la quale ebbi una storia. Rimase incinta e io venni a sapere tutto ciò dopo essere rientrato a Catania. Furono mesi terribili, mi confidai con un professore dell’Università che mi disse di pensare alla carriera, che le donne in Francia erano abituate a crescere da sole i figli avuti in occasione di una relazione fugace. Resistetti per quasi un anno ma quando seppi che Claudia aveva partorito mi organizzai e decisi di lasciare l’Italia. Raccontai agli amici che avevo ottenuto una grossa borsa di studio in una Università francese, dissi tante bugie per non rivelare quel che era davvero accaduto. Partii e raggiunsi Lille, una città dove il sole davvero non si vede mai”.
E qui il nuovo scherzo del destino.
“I genitori di Claudia non avevano preso bene quella gravidanza. Ancor meno il mio interessamento per quella nascita, visto che mi presentavo in Francia con la bimba che aveva già due mesi di vita. Fummo buttati tutti fuori di casa e ci ritrovammo, dopo un breve periodo da ospiti a casa di un’amica di Claudia, a vivere in una sorta di stalla, su un materasso gonfio di umidità. Dopo quasi un mese, con i soldi che stavano finendo, decisi di tentare di mettere a frutto quel che sapevo fare – correre – e mi presentai al dirigente di una società sportiva”.
“Sciorinai – prosegue Rapisarda - i miei tempi, i miei successi ma allora non c’era internet e mi presero per un ciarlatano. Quel dirigente, però, un’opportunità volle darmela: partecipa da “fuori gara” ai campionati regionali di campestre e vediamo se sei chi dici di essere. Vinsi nel fango di Lille e nel giro di un mese ebbi la cittadinanza, un lavoro come istruttore dei giovani atleti francesi e pure una borsa di studio per portare avanti e concludere gli studi universitari. La mia vita era ormai disegnata e i soldi che vincevo correndo, una certa notorietà, la maglia della nazionale francese, mi permettevano anche di stare più che dignitosamente. Mancava soltanto il sole…”.
Per questo si trasferì a Marsiglia?
“Anche. Ma soprattutto perché, dopo il secondo figlio, ottenni una proposta irrinunciabile dal signor Malignan, dirigente di una società sportiva marsigliese: stipendio, casa gratis e possibilità di pensare soprattutto agli allenamenti. Presi parte al Cross delle nazioni, ai Giochi del Mediterraneo, venni pure a Catania per conquistare un eccellente secondo posto allo storico Trofeo Sant’Agata”.
Da “francese”!
“E non fu neanche il primo risultato di rilievo con quella maglia qui in Italia. Ricordo che a Cesenatico vinsi i 5.000 metri in un incontro internazionale. Salii sul podio mentre suonava la Marsigliese. Fu davvero strano, anche se la mia vita, segnata pure da un divorzio, l’incontro di una nuova compagna – Giulia – e l’arrivo di altri tre figli, era ormai sotto un tricolore diverso”.
Eppure, nonostante primati e successi, la Francia non le ha mai dato l’opportunità di disputare le Olimpiadi.
“E questo resta il mio grande cruccio. Nell’88 avevo fatto il minimo nei 5.000 metri per andare a Seoul. Mi dissero che ero ancora giovane e poi mi fecero sapere che non potevo levare il posto a un francese. E dire che quel 13'28", a fronte del 13'33" richiesto, mi avrebbe consentito di partecipare ai Giochi olimpici anche con la maglia dell’Italia. Provai con i 10.000 ma mi dissero che ero arrivato tardi, perché c'era una scadenza che non avevo rispettato per iscrivermi a quella prova. Mi dissero che mi avrebbero regalato una vacanza in occasione di un meeting alle Isole Mauritius: mitigava un po’ la delusione… Poco tempo prima di partire, però, mi arrivò un telegramma in cui mi veniva annunciato che per ragioni politiche il meeting era stato annullato. Mi sentii profondamente offeso, pensai pure di lasciare l’atletica, poi mi dissi che la corsa era la mia vita e che c’era ancora tempo per le rivincite: continuai ad accumulare successi, decisi di puntare sulle Olimpiadi di Barcellona ma quando pensavo che stavolta quell’obiettivo sarebbe stato raggiunto mi ruppi il metatarso e dovetti fermarmi”.
Ma il destino che in questo caso le ha tolto, da lì a poco le ha nuovamente dato.
“Dovevo andare a correre sui Pirenei ma il pullman su cui viaggiavo ebbe un incidente. Mi misi a parlare con un signore che poi scoprii essere dirigente della Banca Postale. Era un appassionato di atletica leggera, mi invitò ad andarlo a trovare e dopo pochi mesi mi ritrovai dipendente e poi direttore di un’agenzia di quell’istituto, progredendo sempre fino ad approdare a Nizza, dove vivo ancora oggi, per quanto alla guida di un’altra grande banca francese: la Caisse d’Epargne”.
Si fa fatica a individuare il ricordo più bello e quello più brutto in Italia e in Francia.
“In Italia i ricordi hanno tutti un sapore se non bello meno amaro. Anche quello dolorosissimo legato alle vicende di mia madre gravemente malata e ai sacrifici fatti da mio padre per portare avanti la famiglia. Poi c'è quello altrettanto doloroso legato alla morte in circostanze mai chiarite di uno dei miei quattro fratelli, in Lombardia. Quindi c’è il ricordo più bello che io lego al record italiano da Allievo nella mezz’ora di corsa. Fu lì, a 17 anni, che aumentò la mia notorietà da atleta”.
“In Francia – continua - non posso dimenticare quel mese di povertà. Ma anche quando venni invitato al consolato italiano per restituire i documenti italiani: mi arrabbiai, protestai… Il console mi buttò un codice civile in faccia e, ricordandomi che avevo ottenuto la cittadinanza francese, mi disse: “Questa è la Legge”. Compresi che aveva ragione, poiché a quel punto l’Italia per scoraggiare l’immigrazione toglieva la cittadinanza a chi andava a vivere in altro Paese”.
Manca il ricordo bello, se vogliamo.
“Ne ho certamente uno a livello sportivo. Dovevo difendere un titolo interregionale di campestre e il giorno precedente avevo fatto da interprete al professore Cazzetta in occasione di una conferenza che aveva tenuto vicino Parigi. Partii male e mi ritrovai attardato. Pensavo di mollare e alla brutta figura che stavo per fare col mio scopritore. Cazzetta prese un bastone e cominciò a correre lungo quel percorso durissimo, continuando a incitarmi. All’ultimo giro rientrai nel gruppo di testa e vinsi quella gara”.
Lei non ha avuto un’infanzia facile ma anche crescendo è stato più volte a un passo dal baratro. Cosa si sente di dire ai giovani meno fortunati?
“Che non bisogna mai arrendersi. Che le cose impossibili possono sempre succedere. In Francia si dice che è possibile sorpassare se stessi. Io l’ho fatto, sono andato avanti e il libro ne è una prova. A volte si dice che non ci sia scelta. Lo considero vero ma intendo il tutto diversamente: o si torna indietro e si fallisce oppure si va avanti. Anche per non deludere le persone che ti amano”.