l'analisi
Tra devozione e resistenza: la chiesa, la mafia e il martirio di don Pino Puglisi
Dal funerale rifiutato da Matteo Messina Denaro a quello negato a Benedetto Santapaola
Mafie, devozione religiosa e testimonianze antimafia. Sono questi i temi al centro del seminario “Mafia devota e devoti antimafia”, svoltosi al Monastero dei Benedettini nell’ambito del ciclo di Ateneo “Dall’analisi del fenomeno mafioso alla cittadinanza attiva”, promosso al Disum e introdotto dalla prof. Rossana Barcellona.
Dopo la proiezione del film di Roberto Faenza “Alla luce del sole”, dedicato a don Pino Puglisi, il dibattito ha affrontato uno dei nodi più controversi del rapporto tra Chiesa e mafia: il peso, ancora forte, di una religiosità fondata sul rito e sulla devozione, che per lungo tempo ha finito per offrire ai mafiosi una forma di legittimazione simbolica. Su questo aspetto ha insistito Augusto Cavadi, già docente di Storia della filosofia, ricordando come quasi tutti i boss mafiosi si siano professati credenti e abbiano preteso e ottenuto funerali solenni. Fa eccezione Matteo Messina Denaro,
che si è dichiarato ateo. Per Cavadi si tratta di una consuetudine che segnala un’ambiguità mai davvero risolta. In questo quadro ha richiamato come importante eccezione la decisione dell’arcivescovo Luigi Renna di vietare la celebrazione religiosa per la sepoltura del capomafia Benedetto “Nitto” Santapaola.
«Ma resta un’eccezione», ha osservato. Il confronto si è poi spostato sul tema del martirio antimafia. Tommaso Caliò, dell’Università di Roma “Tor Vergata”, ha ricordato come nel ’900 la nozione di martirio abbia assunto anche il significato di martirio per mano mafiosa. In questa traiettoria si collocano figure come don Puglisi, Rosario Livatino e don Peppe Diana, poi riconosciuti dalla Chiesa come martiri per amore di giustizia. Al centro del dibattito è rimasta la figura del parroco di Brancaccio. Per Cavadi, don Puglisi rappresenta un passaggio decisivo perché con lui la Chiesa pronuncia una parola non più coincidente con quella della società circostante. Una rottura tutt’altro che scontata, se si considera che il sacerdote palermitano, negli anni del suo impegno, fu di fatto lasciato solo da una parte significativa della gerarchia ecclesiastica. Gli si rimproverava, ha ricordato Cavadi, di non fare il “prete normale”, di esporsi troppo sul terreno dell’emancipazione umana e sociale del quartiere. Su “Alla luce del sole” il giudizio dei relatori è stato nel complesso convergente. Per Caliò il film di Faenza è un’opera potente. Cavadi ne ha riconosciuto la forza, ma ha aggiunto che la pellicola non restituisce fino in fondo la solitudine ecclesiale in cui operò don Puglisi.
Dal confronto è emerso infine il punto forse più attuale della sua testimonianza: il rapporto con il territorio. Don Puglisi non si oppose alla mafia in astratto, ma dentro la vita quotidiana di Brancaccio, lavorando sui ragazzi, sulle famiglie, sulle relazioni sociali e sulla dignità del quartiere. Un modo di essere prete che teneva insieme evangelizzazione e liberazione umana, e che proprio per questo rompeva equilibri consolidati. Il seminario ha riportato in primo piano una questione ancora aperta: quanto del legame tra religiosità popolare, ritualità cattolica e cultura mafiosa sia stato davvero spezzato, e quanto invece continui ancora oggi a interrogare la Chiesa e la società.