fra ricordi e tradizione
I devoti coi capelli bianchi: "Vi raccontiamo la festa di Sant'Agata ai tempi nostri"
Dagli orari più "umani" alle feste coi calciatori del Catania, damma "muschetteria" al "suffareddu"
«Alle tre di notte mi alzo per andare a vedere la Santuzza, ho la devozione nel cuore». Così Natale, di ottantaquattro anni, racconta la sua fede per Sant’Agata, la Santa Patrona di Catania. È uno degli anziani considerati “preziosi custodi” delle tradizioni agatine, alcune delle quali perdute per sempre.
Padre di cinque figli, da “appena” cinquantacinque anni Natale è titolare di una macelleria in via Plebiscito, che ha rilevato una settimana dopo essersi sposato. «In quegli anni le candelore si fermavano in Pescheria e i devoti facevano a gara per chi riusciva a issarle. Noi - continua il macellaio - ospitavamo volentieri le persone che volevano assistere al passaggio del Fercolo: era un momento di gioia. Adesso la processione raggiunge questa strada intorno alle cinque del mattino, quando la macelleria è ancora chiusa. Impossibile rivivere quei momenti».
E a parlare di «unione dei cittadini» è Antonio, di cinquantacinque anni: «Nei giorni festivi anche chi aveva litigato era in pace. Davanti al vecchio mercato di via Belfiore si fermavano le candelore e intorno agli anni Ottanta sono venuti da queste parti anche i calciatori del Catania. Ricordo bene che il quartiere ha organizzato un banchetto in loro onore. C’erano, fra gli altri, Carletto Borghi, Gigi Chiavaro, Damiano Morra e Pasquale Casale. Una gioia per molti di noi, anche giovanissimi, che eravamo tifosi della squadra rossazzurra».
Una vera festa nella festa, come aggiunge la sessantottenne Pinuccia: «Dai balconi buttavano caramelle, palloncini e si facevano volare le colombe, inoltre i commercianti si accordavano sulle vivande da mettere a disposizione della gente. Oggi è tutto finito ma restano quei bei ricordi».
Dal quartiere Antico Corso le reminiscenze di Rosaria, settantanove anni compiti: «In casa accoglievamo amici e cugini che venivano per l’occasione dalla Lombardia, a mezzanotte sentivamo i fuochi della salita di Sangiuliano».
E poi ci sono gli aneddoti del passato legati ai festeggiamenti patronali, che spiegano alcuni termini in dialetto ancora in uso. «Intorno agli anni Sessanta, in piazza Stesicoro venivano sparati i fuochi d’artificio, chiamati “a muschitteria”, posizionati all’interno dell’anfiteatro romano - spiega il giornalista e storico Santo Privitera, di sessantasei anni - Quando si accendevano, colava lo zolfo liquido o “suffareddu”, che faceva scappare i cittadini timorosi di bruciarsi; da qui il termine utilizzato ancora oggi per indicare uno stato di fretta».
Anche frammenti dell’infanzia che non si possono dimenticare: «All’età di quattro anni, mia mamma mi invitava a sventolare il fazzoletto e dire “evviva Sant’Agata”, indossavo il sacco votivo cucito da mia zia sarta e ammiravo i “balluni i Sant’Aita”, palloni bianchi pieni di gas con l’effige del busto reliquiario», aggiunge lo studioso.
Altre ricerche di Privitera hanno poi messo in luce alcune usanze più antiche legate a piazza Duomo. «Negli anni Cinquanta, da sotto al “liotru” venivano fatti volare palloni a forma di animali e delle mongolfiere - continua senza esercitare alcuno sforzo di memoria - Inoltre, dal 1830 e fino al 1964, “a sira o tri” si esibivano dei cantanti popolari che rappresentavano quartieri quali Civita, Cibali, Santa Chiara e Itria. A conclusione del loro momento musicale andavano a cantare sotto al balcone dell’arcivescovo».
Un patrimonio di storia che non va dimenticato, come conclude Privitera: «Non mi perdo mai la Messa dell’Aurora, Sant’Agata va vissuta e ricordata sempre».